GOVERNO

Governo, mossa Pd su Fico: intesa lontana. Torna l’ipotesi di un premier terzo

Domenica 25 Agosto 2019 di Alberto Gentili
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Governo, trattativa in stallo: torna l’ipotesi di un premier terzo

Dopo le capriole e le ambiguità di Luigi Di Maio, è toccato a Giuseppe Conte scrivere dal G7 di Biarritz la parola fine: «La stagione con Salvini è chiusa, non si può riaprire per alcun motivo». Del resto sarebbe stato davvero arduo riaprirla dopo l’arringa d’accusa compiuta dal premier dimissionario in Senato. Per questo Matteo Salvini, nell’ultimo disperato tentativo di tornare in partita, giovedì sul Colle ha proposto Luigi Di Maio per palazzo Chigi.
Eppure, a meno di tre giorni dallo showdown fissato da Sergio Mattarella («accordo di governo solido e duraturo, oppure elezioni a ottobre»), la chiusura del forno leghista è l’unico punto fermo di una crisi ancora impantanata tra veti, sospetti e, soprattutto, la spaccatura che attraversa profondamente 5Stelle e Pd. E agita le rispettive basi.

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IL BRACCIO DI FERRO
Non solo. Nel caos della crisi più pazza e grottesca del mondo, l’entourage di Conte fa sapere che a dispetto delle parole morbide scelte dal premier dimissionario («serve un processo riformatore, i nomi e le persone sono secondari»), «Conte non farà mai un passo indietro». Non cederà «per nessuna ragione» al veto posto dal segretario dem, Nicola Zingaretti. Perché Conte è la bandiera che il Movimento, su volontà di Beppe Grillo, alzerà in caso di elezioni a ottobre o dopo: sarà il front man anti-Salvini. E perché «mai e poi mai la base grillina, quando verrà chiamata a votare sì o no all’intesa con il Pd, darà il va libera».

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Commento di un renziano doc: «È la prova che dopo Zingaretti e Salvini anche Conte si è iscritto al partito delle elezioni anticipate». Lo stesso a cui nelle ultime ore, dopo Alessandro Di Battista, si sono associati Stefano Buffagni e Max Bugani, legati a Davide Casaleggio.

In realtà in tutti gli spin che circolano in queste ore grondano bluff e tatticismi. Ad esempio, mentre Zingaretti, sbarra la strada a Conte e fa sapere che la «palla ora sta nel campo dei grillini, tocca a loro la prossima mossa», in un vertice pomeridiano della maggioranza dem in una casa del centro di Roma tra Paolo Gentiloni, Dario Franceschini, Marco Minniti, Paola De Micheli, Maurizio Martina, Andrea Orlando, Piero Fassino, Francesco Boccia e Gianni Cuperlo, è stato messa a punto la strategia «per stoppare Di Maio». Il Pd è convinto, infatti, che «dopo aver bruciato il nome di Conte nella cena dell’altra sera con Zingaretti» (analisi condivisa dallo stesso premier, molto irritato con il capo del Movimento), «Di Maio sta per proporsi per palazzo Chigi». E qual è la contromossa di Zingaretti, che ha atteso inutilmente una telefonata del leader grillino? Far trapelare, anche per andare oltre al veto contro Conte, l’intenzione di candidare Roberto Fico «se i 5Stelle non faranno un nome terzo».

 

Soluzione gradita a Dario Franceschini, Graziano Delrio, Maurizio Martina e alla stragrande maggioranza del Pd. «Del resto lo stesso presidente della Camera non l’ha escluso», dice un alto dirigente dem, «a precisa domanda, se è disposto a fare il premier, Fico ha risposto: “Non lo so, amo il mio ruolo e mi piacerebbe mantenerlo”. Dunque non l’ha escluso».

La mossa su Fico, il principale avversario di Di Maio, il nemico giurato di Salvini, ma da sempre il prediletto di Beppe Grillo, rischia però di spaccare il Movimento nonostante il presidente della Camera abbia molti sostenitori. E di far saltare il banco. Tanto più che Mattarella, furibondo per i contorcimenti dei partiti, non ha intenzione di concedere un terzo giro di consultazioni, dopo quello di martedì e mercoledì prossimi. Dunque, senza un’intesa forte e chiara e ormai indisponibile ad assistere a ulteriori avvitamenti, il Presidente scioglierebbe il Parlamento.

L’EPILOGO PROBABILE
È così probabile - scontato il no di Di Maio a Fico e il terrore dei 5Stelle di andare alle elezioni (la voglia di voto di Zingaretti per di più indebolisce i grillini nella trattativa) - che si torni allo schema di partenza. Quello preferito dal Pd. E indicato fin dall’inizio da Matteo Renzi: un «premier terzo e autorevole». Che darebbe a Di Maio la possibilità di entrare nel governo. «Perché è ovvio che se il presidente del Consiglio fosse Conte, per Giggino non ci sarebbe più posto...», dicono al Nazareno. E in più garantirebbe ai 5Stelle, spogliati dalla premiership, i ministeri di maggiore peso. Non è perciò un caso che Renzi (meno rigido di Zingaretti sul no a Conte) con i suoi faccia già girare l’organigramma del nuovo esecutivo: uno tra Raffaele Cantone, Enrico Giovannini, Franco Bernabé per il ruolo di premier, all’Economia il grillino Marcello Minenna (difficile), al Viminale il capo della Polizia Franco Gabrielli, alla Giustizia Nicola Gratteri e il grillino Stefano Patuanelli alle Infrastrutture. Solo ipotesi, naturalmente. Ma dove spicca il premier terzo. E Conte destinato a Bruxelles nel prestigioso incarico di commissario Ue.
 

Ultimo aggiornamento: 12:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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