CRISI DI GOVERNO

Governo, tra Pd e M5S scontro su Palazzo Chigi. Di Maio avverte Zingaretti: ho un'alternativa

Sabato 24 Agosto 2019 di Simone Canettieri e Alberto Gentili


ROMA «Non vorrei che lunedì mi trovassi con Di Maio premier in nome e per conto di Salvini. Mi chiedo davvero se in queste condizioni sia sensato continuare a trattare...». Nicola Zingaretti, poco prima delle otto di sera, ondeggiava tra lo stupore, la rabbia e la delusione. Dopo aver dato controvoglia, convinto dai padri nobili dal Pd e dal pressing di Matteo Renzi, il via libera alla trattativa con i 5Stelle per il governo di svolta, il segretario dem si trovava a fare i conti con l'ambiguità di Luigi Di Maio. La stessa che aveva creato sconcerto e irritazione, giovedì, al Quirinale. Poi, all'ora di cena, la svolta. Di Maio chiama Zingaretti e lo invita a mangiare a casa del sottosegretario Vincenzo Spadafora.

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Al tavolo, il leader grillino si è seduto con poche idee, ma «chiare e ferme». Così come aveva comandato a metà pomeriggio Beppe Grillo, sceso in campo per riaffermare la candidatura di Giuseppe Conte a premier, Di Maio ha dato ventiquattr'ore di tempo a Zingaretti per risponde con un sì o con un no a un Conte-bis. E sempre ventiquattr'ore il segretario del Pd avrà per dire sì anche ai dieci punti illustrati dal leader pentastellato giovedì al Quirinale e al taglio dei parlamentari «entro settembre». Senza la riforma costituzionale complessiva e alla nuova legge elettorale che nel pomeriggio avevano concordato le delegazioni di Pd e di 5Stelle guidate dal dem Graziano Delrio e dal grillino Stefano Patuanelli.
Insomma, un pugno in faccia al Pd. Accompagnato da una carezza: se accettate il Conte bis, sarà Paolo Gentiloni (da qualche mese il nemico giurato di Renzi) il nostro candidato a commissario europeo. Poco, forse troppo poco.

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Tant'è, che Di Maio prima di incontrare Zingaretti, ha confidato ai suoi: «Questa è la cena in cui può nascere un governo. Oppure, se dovesse andare male, ne nascerà un altro...». Quello con Matteo Salvini, che dopo aver proposto il nome di Di Maio a Sergio Mattarella per palazzo Chigi, ieri ha schierato l'intero partito (Giorgetti incluso) per provare a rilanciare il patto giallo-verde.
Un epilogo che però fa venire l'orticaria a Roberto Fico, alla stragrande maggioranza dei gruppi parlamentari grillini e allo stesso Grillo, che ha fatto a Di Maio un discorso che è suonato più o meno così: Non fare il fesso Giggino. Se rompi con il Pd, quello mica ti fa fare il premier. Una volta che hai chiuso con Zingaretti, Salvini ti dà un calcio in c. e ti porta dritto alle elezioni. Dunque, la speranza del Movimento, è che alla fine il Pd ingoi Conte. Anche perché, questo è il problema di fondo, altri nomi spendibili i 5Stelle non ne hanno. Finora hanno bocciato ipotesi di tecnici «terzi e autorevoli», come Enrico Giovannini, Massimo Bray e Franco Bernabé. Accettabili, invece, dai dem.

Nella cena, da ciò che filtra dal Nazareno, Zingaretti ha ribadito il no a concedere il bis all'avvocato del popolo. Spiegazione ufficiale: «Ho proposto un governo di svolta e dunque, non per una questione personale, va marcata una necessaria discontinuità». Spiegazione ufficiosa: «Anche noi abbiamo i nostri elettori e questi non possono accettare che il loro partito sostituisca in corsa i ministri di Salvini, sostenendo per di più un premier che è stato complice di quattordici mesi di scelte scellerate, ultima il sì al mostruoso decreto sicurezza». Conclusione: «Così la trattativa salta, di sicuro non si chiude».

NIET & PRUDENZA
Eppure, forse per non apparire come quello che chiude troppo in fretta la partita e disinnescare Renzi, Zingaretti ha fatto filtrare che l'incontro è stato «molto cordiale». E ha fatto sapere che «il confronto proseguirà nelle prossime ore». Spiegazione di uno dei suoi fedelissimi: «Si sono aperte le danze, fino a ora Di Maio aveva evitato l'incontro. Adesso ha accettato, e questo qualcosa vorrà pur dire...».
Di certo, c'è che Zingaretti sulla linea del no a Conte non è solo. Anche il fronte più favorevole al governo rosso-giallo, guidato da Delrio, Dario Franceschini, non appare disposto a lasciare il premier dimissionario a palazzo Chigi: «Questo è un modo per far saltare il banco. Capiamo che Grillo e i suoi siano aggrappati a Conte come ultima spiaggia, ma per noi è inaccettabile». Più disponibile Renzi, ma fino a un certo punto: «Io vinco la partita anche se rinasce un esecutivo giallo-verde», ha confidato ai suoi, «l'importante è che non si vada a votare subito». L'ex premier ha bisogno di tempo per costruire il suo partito radical-riformista.
A questo punto al Nazareno sperano che il rilancio di Di Maio sia «solo un modo per alzare il prezzo». E che il governo rosso-giallo possa essere tirato su pur dopo aver sbattuto in faccia la porta a Conte. «Tanto più che in Senato», dice un dem che conduce la trattativa, «metà dei senatori grillini non vuole più stare con Salvini. Dunque, Di Maio non avrebbe i numeri». Pausa, sospiro: «Certo, se l'alternativa però fossero le elezioni, molti senatori potrebbero cambiare idea».

Ma ha ragione Grillo, è difficile che Salvini una volta ottenuta la rottura tra 5Stelle e Pd, non vada all'incasso. Dunque, senza mediazioni ulteriori, ci saranno solo le elezioni d'ottobre. Quelle che Mattarella ha sempre considerato probabili. Dice un renziano doc: «Se finisse così avranno vinto il capo della Lega e Zingaretti che, fin dall'inizio, voleva il voto anticipato».

 

Ultimo aggiornamento: 25 Agosto, 01:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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