Costa viterbese, bracconaggio e pesca a strascico: task force per difendere i fondali marini

Il deserto sul fondale marino dopo il passaggio di reti a strascico
di Luca Telli
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Domenica 28 Marzo 2021, 17:34 - Ultimo aggiornamento: 22:31

Bracconaggio e pesca a strascico, pronte nuove misure per la difesa del mare e delle sue biodiversità. Il posizionamento di 60 reef ball nei pressi della foce del fiume Marta è stato solo la prima di una serie di iniziative che il Cismar, guidato dal professor Giuseppe Nascetti, intende adottare. «I progetti sono pronti, la situazione è ben chiara. Aspettiamo i finanziamenti. Il primo obiettivo sarà completare la cintura di barriere di cemento dal lido di Tarquinia fino alla riserva naturale della Saline, poi passeremo al resto».

Vietata in Italia entro le tre miglia marine e su fondali inferiori a 50 metri di profondità, per Nascetti la pesca a strascico rappresenta un problema non meno impattante della plastica e dell’inquinamento prodotto da sversamenti di pesticidi e fertilizzanti agricoli responsabili, questi ultimi, dell’alterazione della flora marina. «I controlli della capitaneria di porto sono stati serrati nell’ultimo decennio, per fortuna non vediamo più pescherecci arrivare fino alla foce del Marta ma non bisogna abbassare la guardia. Il problema resta e i danni sono già enormi».

La non selettività del metodo, infatti, fa sì che la rete porti via tutto ciò che entra nel suo raggio: non solo i pesci commerciabili, ma anche altre specie, piante marine e numerosi organismi che, sebbene non siano commestibili, sono essenziali per l’equilibrio dell’ecosistema del mare.  Non solo, uno studio pubblicato sulla rivista Nature poche settimane fa dimostra come la pesca a strascico contribuisca al cambiamento climatico; le barche che pescano con le reti sul fondo del mare generano un volume di emissioni nocive simile, o addirittura superiore, a quello causato dall’industria globale dell’aviazione responsabile del 2% di tutte le emissioni di anidride carbonica prodotte dall’uomo.

«Che la situazione sia drammatica ce lo dicono alcuni scatti a pochi chilometri dalla costa. Fondali arati, e dune sabbiose non diverse dai quelle dei deserti di superficie, inospitali per la vita animale e vegetale – spiega Nascetti -. Un fatto di una gravità estrema considerando che 35 anni fa questa fetta di Tirreno era una paradiso di biodiversità».  

Biodiversità difficili se non impossibili da recuperare. «Le reti distruggono il fondale che attraversano, spesso in un sol colpo, riducendo drasticamente le possibilità di recupero – aggiunge Nascetti -  Alcune aree sono compromesse per sempre, per altre potrebbero volerci decine se non centinaia di anni».  Se grazie alle tecniche di ripopolamento, che anche il Cismar sta portando avanti, la fauna ittica rappresenta una criticità minore, la sfida per il ripristino della flora marina è impresa al limite.

«L’unica arma che abbiamo è quella di giocare in difesa – conclude Nascetti - Scoraggiare e perseguire questa barbarie con controlli e barriere. La piantumazione dei banchi di posidonia ha un costo fuori portata e non è funzionale. Forse non ci rendiamo conto che dalla tutela di questa pianta dipende il futuro del nostro mare».

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