Roma, alchimia Mourinho

Roma, alchimia Mourinho
di Stefano Carina
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Martedì 30 Novembre 2021, 00:28

Il timbro di Mourinho c’è e si vede. Mai quanto adesso. Nell’emergenza José torna Special. E non sbaglia più una mossa. Nella scelta del modulo, nel cambiare le posizioni dei calciatori in campo, nello scegliere il momento giusto per rilanciare chi sembrava ormai ai margini del progetto tecnico. La vittoria contro il Torino è forse stata la più “mourinhana” dall’inizio della stagione. Soprattutto nella decisione di illudere Juric, concedendogli campo e possesso-palla (sterile), per poi punirlo in ripartenza. Possibile farlo grazie alla ritrovata affidabilità della fase difensiva che tornata a cinque regala maggiori certezze. Al di là della sbandata di Venezia, nelle successive tre partite la Roma non ha più subito gol. Una metamorfosi coincisa anche con il rientro di Smalling negli ultimi 180 minuti. Non può più essere un caso: con l’inglese titolare, in 5 partite stagionali Rui Patricio ha subito soltanto una rete (nel 5-1 contro il Cska Sofia). Avere Chris fa giocare meglio anche chi gli è a fianco. Per informazioni chiedere a Mancini e Ibanez. 
INVERSIONE AD U 
La Roma che ora rincorre a -3 il 4° posto - con un mini-vantaggio di 4 lunghezze sul gruppetto delle seste (Fiorentina, Juventus, Lazio e Bologna, avversario domani) - ha finalmente mostrato domenica il volto cinico del suo tecnico. Se contro lo Zorya erano servite 3 palle-gol ad Abraham per sbloccarsi, con i granata al primo pallone Tammy ha lasciato il segno. La coppia con Zaniolo funziona. Il velo di Nicolò in occasione dell’1-0 ne è la conferma. Limitare tuttavia la risalita a pochi singoli sarebbe limitativo. L’impressione è che dopo Venezia Mou abbia riconquistato il gruppo, cambiando in corsa la strategia di comunicazione. E così di colpo Villar è tornato ad essere «un cambio di qualità»; Diawara è stato rispolverato dal dimenticatoio; Kumbulla è entrato «col sorriso al 90’ per marcare Milinkovic sui corner»; Perez s’è riscoperto mezzala, Mkhitaryan addirittura regista. E José, abile giocoliere quando c’è da inviare messaggi all’interno sfruttando l’esterno, lo ha rimarcato con decisione: «È stato un successo di squadra. C’è un bel gruppo di giovani, all’interno di un gruppo fantastico». Che ora, coinvolto quasi in toto, è tornato a seguirlo con entusiasmo. 
LE MOSSE 
Più piovono assenze (ultima quella di Pellegrini: arrivederci al 2022), più José tira fuori dal cilindro la contromossa decisiva. È accaduto quando non ha avuto i terzini a disposizione, rispolverando il 3-5-2, con un attaccante (prima Shomurodov, ora Zaniolo) più vicino ad Abraham. La squadra ne ha beneficiato in solidità e il centravanti inglese in prolificità. Poi ha replicato con i mediani. Ha utilizzato bastone e carota con Nicolò e Mkhitaryan, rilanciandoli dopo panchine e mugugni in posizioni più consone alle loro caratteristiche, liberandoli da compiti di copertura che sembravano fiaccarne la qualità indiscussa. Si è convinto che El Shaarawy non è soltanto un attaccante ma che può coprire l’intera fascia. Ha disciplinato Karsdorp e Ibanez, regalando nuovo slancio agli epurati di Bodo, nuovamente considerati. Cambiato lo spartito, i concetti fondamentali sono tuttavia rimasti gli stessi: pressing (benché più basso) e squadra corta. Poi, interventi semplici. Un esterno che va e l’altro che aspetta, reparti stretti per anestetizzare il possesso palla avversario. La disponibilità del gruppo, ha fatto il resto e lo rende felice. Come la fase difensiva. La 3° difesa del torneo è la base per lanciare l’assalto al 4° posto. Aspettando sempre il mercato di gennaio. 

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