RAGGI

Raggi impantanata tra veti e veleni e l’efficienza della grillina sabauda Appendino

Mercoledì 14 Settembre 2016 di Mario Ajello
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Gemelle diverse? No. Diverse e basta. Come sono diversi i contesti in cui si muovono, chi più chi meno, Chiara Appendino e Virginia Raggi. Torino è Torino. Di Torino il grande storico Theodor Momsen non avrebbe mai detto quello che disse al ministro Quintino Sella quando Roma diventò Capitale d’Italia nel 1870: «Che intenzioni avete adesso con questa città? Perché a Roma non si può stare senza avere un’idea universale». A Torino invece sì, e già questa - l’assenza dell’obbligo a pensare in grandissimo e ad avere una visione straordinaria in un luogo straordinario - è una bella differenza a favore della Appendino rispetto alla Raggi. Per il resto, Virginia è la «caruccia (bellina) modello studio legale a Roma Prati. Chiara ha un fascino un po’ montanaro e non stupirebbe di vedere spuntare ai suoi pedi, al posto delle ballerine e sotto la gonna da giovane signora perbene, delle pedule da sentiero alpino. Differenze di latitudine. La vetta che è riuscita a scalare la Raggi è infinitamente più alta di quella della collega: è stata plebiscitata con il 67 per cento dei voti dei romani, mentre la Appendino è stata eletta con il 54 per cento. Ma Chiara è bocconiana e Viriginia no. 

ESTABLISHMENT
La torinese, per motivi familiari e esperienze di manager alla Juve e altrove, è donna di sistema nel tipo «chi contesta nel contesto / fa carriera assai più lesto» (versetto di Paolo Ungari), mentre la titolare del Campidoglio è una outsider vera - e questa è stata la sua forza - a parte quelle strane mescolanze tra previtismo (il famoso praticantato da Cesarone) e mercatini equo-solidali e biciclettate con i gruppi grillini. Ognuno ha il suo figliolo, mamme entrambe, ma una è separata dal marito e l’altra no. Politicamente la differenza è fondamentale. La Appendino non ha dovuto firmare il contratto capestro anti-tradimento impopsto dalla Casaleggio Associati: ovvero, devi pagare 150mila euro di multa se non rispetti tutte le regole etiche e morali di BeppeMao e dei 5 Stelle. La Raggi ha dovuto siglare questa carta, perché di lei fin dall’inizio non è che i grillini si sono mai fidati granché e infatti la distanza fatta anche di gelosie e odii tra Virginia e i 5stelle è sotto gli occhi di tutti e soprattutto la stanno pagando i romani. La Appendino invece non ha mai dato problemi, è una beniamina del grillismo (è pure vegana) e quella definizione che diede di lei Piero Fassino durante la scorsa sindacatura, e che doveva essere un’offesa, spiega tutto il fascino che Chiara esercita presso il suo mondo: «Una Giovanna d’Arco della pubblica moralità». E comunque Chiara gode di un’autonomia di movimento totale, mentre Virginia deve sottostare e lo fa malvolentieri a infiniti gradi di controllo tra Direttorio, mini-Direttorio, Grillo, Casaleggio junior e via dicendo fino alle Cassandre alla Paola Taverna: «Succederanno bei casini a Roma...». Se l’uomo forte della Appendino è uno e non è certo un rivoluzionario, Paolo Giordano, suo capo di gabinetto soprannominato sproporzionatamente Richelieu, la Raggi si appoggia su una coppia di maschi da Campidoglio: Marra & Romeo. A Richelieu nessuno lo contesta, agli altri due li contestano tutti. 

MODELLI
Di fatto quello della Appendino è già un modello di governo: il grillismo che si mette in continuità con il vecchio sistema, togliendogli un po’ di polvere. Mentre la Raggi, come è evidente, non ha ancora trovato il suo assetto. Chiara darà una mano a Virginia? Ieri ha promesso di sì. Ma tutto si è risolto in una photo opportunity. 

 

Ultimo aggiornamento: 08:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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