​Intervista a fumetti a Dario Campagna: «Disegnare vignette satiriche è come giocare al fantacalcio»

Mercoledì 15 Maggio 2019 di Nicolas Lozito

«Autodidatta e sgangerone» per sua stessa ammissione, Dario Campagna è l’esempio vivente che esistono anche dei vignettisti giovani. Palermitano classe 1986, ha fatto le ossa al Male di Vincino, poi lo abbiamo letto tra le pagine di Origami, e ora pubblica Salvini / Di Maio: Un biographical novel, scritto con Giuseppe Angelo Fiori, che ne ha curato i testi, ed edito da Beccogiallo (pp.224, 16€). Un bignami semiserio sul governo giallo-verde e le sue inaspettatamente antiche origini. Nella fascetta che contorna la copertina c’è scritto “Se non ti piaccio, girami”.

Un flipbook. Lo giro da una parte e c’è la faccia di Salvini, lo giro dall’altra e c’è Di Maio. Ma che significa?
«Significa che metà si legge da un lato e metà dall’altro, ribaltando il libro. Le due storie si congiungono nel mezzo. Raccontiamo l’origine dei due vicepremier, partendo dalla nascita dei loro partiti».

Il tono delle parti scritte del libro è giornalistico, quasi analitico, mentre i disegni sono più smaliziati. È un effetto voluto?
«La storia è volutamente scritta con tono da saggio o giornalistico, e i disegni servono a spiegare meglio alcuni passaggi. Ma abbiamo puntato meno di quanto si pensi sulla satira e il divertimento».

I tuoi disegni, però, hanno a volte dei virgolettati inventati dei due leader.
«Le parti più libere sono ben definite da un codice colore: c’è lo sfondo o verde o giallo e allora i personaggi e le loro situazioni possono deragliare. Però, ecco, nella parte delle fidanzate di Di Maio, davvero il leader cinque stelle ha detto: “La più grande rovina delle mie storie d’amore è il Movimento”».

Quando vi è venuta l’idea, come avete lavorato?
«Ci siamo ispirati ai lavori del autore e fumettista americano Ted Rall e alle sue biografie serie ma accompagnate da vignette satiriche. Volevamo mescolare linguaggi e trovare un formato da poter replicare. L’idea di unire i due leader in un unico libro, poi, è venuta osservando la situazione, per forza di cose. Abbiamo lavorato soprattutto a distanza, io a Bologna, Giuseppe a Bruxelles».

Ma sul serio, chi è che legge i libri double face che si girano e rigirano?

Non avevate paura che il governo cadesse, rendendo vano il vostro libro?
«Molta paura. Anzi, proprio panico da attualità. Il libro ha una fine naturale nella firma del contratto tra i due partiti, ma se il governo fosse caduto sarebbe stato inutile o superato. Era come fare il fantacalcio. La fede calcistica diventa secondaria rispetto alla necessità che i tuoi fanta-attaccanti facciano gol. Quindi per assurdo preferisci che la tua squadra perda, se così puoi vincere il fantacalcio».

Leggendolo il volume sembra di stare in Game of Thrones. Senza draghi, ok, ma anche da noi la politica è un fatto di padri, figli e famiglie, eredità e giochi di potere.
«Ci siamo accorti, raccontando da capo la storia politica degli ultimi vent’anni, che molti eventi ce li ricordiamo ancora con precisione, ma che facciamo difficoltà a metterli in fila. Il malore di Bossi, il cerchio magico, le inchieste. Dall’altra parte, gli spettacoli di Grillo, l’incontro con Casaleggio, eccetera. Abbiamo voluto rendere la timeline più lineare possibile».

Facciamo ora un passo indietro: chi è davvero il vignettista Dario Campagna, qual è il suo habitat naturale?

Che tecniche usi quando lavori?
«Sono uno all’antica. Nell’ordine: matita, china, scanner, colorazione. Magari mi troverei benissimo con le tavolette, ma ho rinunciato, non riesco a stare negli standard».

Toglimi questa grande curiosità: che cos’hanno gli occhi dei tuoi disegni?
«Non ho mai disegnato le pupille. Neanche quando alcuni committenti me l’hanno chiesto. All’inizio lo facevo perché notavo che spesso Vincino non le disegnava, poi è diventata anche una mia scelta stilistica. È un po’ lucrube, lo so, ma è vero che siamo tutti un po’ maschera».

E Salvini, poi, ha un occhio più grande e uno più piccolo e il sopracciglio alto. Sembra Ancelotti, ma è davvero così nella realtà?
«Non si nota sempre, ma ha un occhio più aperto dell’altro, io ho esagerato questa caratteristica rendendola caricaturale».

Dicevamo, sei autodidatta. Come hai iniziato a disegnare?
«Lavoravo alla redazione de Il Male con ruoli giornalistici: facevo le brevi. Poi ho iniziato a disegnare, sviluppando un senso tutto mio del disegno».

A Il Male c’era un grande maestro.

Cosa aveva di speciale Vincino?
«Era talmente bravo e veloce che poteva disegnare 10-15 vignette al giorno. Oppure cercava prospettive folli, idee complessissime e riusciva a farle in 15 minuti. Era un grande disegnatore. Lo stile scarabocchio per cui lo conosciamo è dato dalla sua necessità di velocità. L’attualità andava troppo veloce, sempre più veloce, e lui voleva starle dietro così».

Cosa consigli ai giovani?
«Credo che più della tecnica conti l’idea. È pieno di vignettisti con buone idee e disegni così così. Quindi insomma, lavorate sull’idea, vanno bene anche gli scarabocchi».

Ultima domanda. Qual è l’identikit del politico ideale per Dario Campagna?

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LE INTERVISTE A FUMETTI DE IL MESSAGGERO
01. Zuzu
«Con il mio graphic novel Cheese mostro l'audacia dell'adolescenza»
02. Dario Campagna«Disegnare vignette satiriche è come giocare al fantacalcio»
03. Miguel Angel Valdivia: «Disegnare è umano, inciampare è divino»
04. Sara Fabbri: «Per disegnare la Thailandia ho girato bendata per Bangkok»
05. Alberto Madrigal: «Anche quando preparo la colazione sto disegnando»
06. Rachele Aragno: «Le avventure della mia Melvina mi hanno aiutato a crescere»

Tutti le risposte disegnate sono create dall'autore o dall'autrice per Il Messaggero.

Ultimo aggiornamento: 12 Giugno, 10:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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