Intervista a fumetti a Maurizio Lacavalla: «Barletta è la mia Twin Peaks»

Giovedì 18 Luglio 2019 di Nicolas Lozito

«Tutto è cominciato con un’immagine: un uomo sepolto vivo. Quanto tempo sopravvive? Quanto lentamente passano quei giorni?». Maurizio Lacavalla, pugliese classe 1992, esordisce nel mondo dei graphic novel con Due Attese (BD edizioni, 144pp, 17x24cm,15€): un graphic novel indecifrabile, nero nel colore e noir nello spirito, americano e allo stesso tempo made in Barletta. Un libro che parla di guerre e di scomparsa, di attese, appunto, di indagini e di domande. Tre generazioni affrontano la scomparsa di un uomo durante la guerra, che viene cercato per decenni, dalla moglie e dai figli, aiutati prima da un’indovina e poi da un misterioso investigatore privato americano.
Due Attese sembra un giro della morte: bisogna aspettare perché la storia esploda dentro il lettore, e ricominciarlo per apprezzarlo ancora di più. Non una lettura semplice, ma grazie al cielo c’è ancora chi pubblica fumetti complicati.

Quindi quanto può sopravvivere un uomo sepolto vivo?
«Mi sono risposto tre-quattro giorni. Però infiniti. E ho poi confrontato questo tempo con un altro: quello di chi vive una vita intera aspettando di sapere cosa è successo a chi è scomparso. La moglie aspetta 75 anni di scoprire cosa sia successo al marito morto: questo tempo è più lungo o più corto di quei tre-quattro giorni in cui lui è morto?».

Due attese significa questo?
«È interscambiabile, perché ci sono coppie di personaggi che vivono le loro personali attese: marito e moglie, ma anche padre e figlia, il nipote e l’agente investigativo».

Il racconto prende vita da un fatto accaduto durante la Seconda guerra mondiale, però poi la guerra compare solo riflessa: in effetti, appartieni a una generazione che non l’ha vissuta. Come si fa a raccontare?
«Ho scelto di raccontare il racconto della guerra, non la guerra stessa. Così come me la vedevo alla tv, o come la raccontava la bisnonna, lei 92 anni e io 8, o la sua badante del Kosovo. Una genealogia che andava dal vero al falso, dal mitico al terribile. Dalla paura ma anche dall’ambigua attrazione».

C’è verità, ma anche molta finzione. Qual è l’equilibrio?
«Volevo portare gli agenti americani in Puglia. Un misto di Twin Peaks e X-Files a Barletta. Giocare con questi elementi, per raccontare una storia che ha un fondo di verità».

Ma se davvero arrivassero gli agenti americani a Barletta. Quali similitudini troverebbero?

E gli altri luoghi del libro, come per esempio Trieste?
«Ho visto solo una volta Trieste, e mi è subito piaciuta tantissimo: è l’opposto di Bologna, dove vivo. Bologna è rossa, è un ventre, è una madre. Trieste è bianca, con la piazza che si getta sul mare: è un confine, ti getta oltre, ti manda via con un soffio di Bora». 

Alcune recensioni paragonano i tuoi disegni alla poesia: ti senti un poeta a disegni?
«No, mai pensato. Ho un segno espressivo, è vero, ma è un segno netto, solido, architettonico: mi rifaccio più al minimalismo». 

Che tecnica hai usato?

Risposta seria?
«Ho lavorato a mano con china, brush pen e, in certi momenti, pennarello».

Nel libro usi gli scuri in maniera feroce: cos’è per te il bianco e nero?

Quanto ci hai lavorato? Quanti compromessi hai dovuto trovare con la casa editrice?
«Un anno e mezzo. Ho finito la prima stesura di istinto e necessità, poi assieme a Valerio Stivè, editor del libro, ci sono tornato su, modificando alcune cose, semplificandolo in alcuni punti critici: un processo fondamentale, il libro all’inizio è solo tuo, poi diventa di tutti».

Un libro difficile, dicevamo, sia nel disegno che nella trama. Uno dei più complicati in libreria oggi, reso ancora più difficile dal fatto che sei un esordiente. Esiste un mercato per questo tipo di volumi? È una cosa a cui pensi? 
«Ci ho riflettuto: so che questo libro è diverso, ma questo non ne faccio un valore aggiunto. Penso che alcune storie vanno raccontate senza troppi compromessi, con lo stile con cui nascono fin dall’inizio. Sono felice perché BD edizioni ha scelto di pubblicare anche Due attese, che in catalogo ha titoli molto diversi tra loro. E’ vero che il mio libro è enigmatico, un libro dei morti egizio, ed è vero che il genere fumetto nasce come letteratura di alleggerimento, ma non per questo bisogna pensare che i lettori siano stupidi, anzi, bisogna offrire sempre il massimo della qualità».

Tu hai esordito con Sciame, una collettivo che si autoproduceva, e ora sei passato alle graphic novel. Hai consigli per i giovani che vorrebbero fare un percorso simile al tuo?

 
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02. Dario Campagna«Disegnare vignette satiriche è come giocare al fantacalcio»
03. Miguel Angel Valdivia: «Disegnare è umano, inciampare è divino»
04. Sara Fabbri: «Per disegnare la Thailandia ho girato bendata per Bangkok»
05. Alberto Madrigal: «Anche quando preparo la colazione sto disegnando»
06. Rachele Aragno: «Le avventure della mia Melvina mi hanno aiutato a crescere»
07. Cristina Portolano: «Con i miei disegni racconto le sfaccettature della sessualità»
08. Maurizio Lacavalla: «Barletta è la mia Twin Peaks»

Tutti le risposte disegnate sono create dall'autore o dall'autrice per Il Messaggero. 

Ultimo aggiornamento: 09:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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