Intervista a fumetti ad Alberto Madrigal: «Anche quando preparo la colazione sto disegnando»

Mercoledì 5 Giugno 2019 di Nicolas Lozito

Pigiama, computer, biscotti. Lo slogan perfetto per raccontare un intero universo: quella dei creativi giramondo, tra i venti e i quarant’anni, alle prese con fatture, lavori autoriali, forze centrifughe. Non ci sono più la partita alla tv e la frittata di cipolle di Fantozzi. Non c’è più la divisione colletti bianchi, colletti blu. E nemmeno lo spartiacque giovani e vecchi. Oggi il bivio è un altro: o siamo appassionati e squattrinati oppure ricchi e insoddisfatti.

Pigiama computer biscotti (Bao Publishing, 17x23 cm, 184 pp, 18€) è il titolo del nuovo libro di Alberto Madrigal, autore nato a Plasencia (Spagna) nel 1983, che vive a Berlino e pubblica in italiano . Nel raccontare la sua vita quotidiana, alle prese con la casa sporca, i traslochi, le discussioni con la moglie e soprattutto l’arrivo del primo figlio, riesce a dipingere un quadro generazionale in cui molti si possono rispecchiare. Non solo, perché i lettori da queste pagine rubare qualche trucco a chi, forse, sta vedendo la fine del tunnel.

Diceva lo scrittore Alberto Arbasino che l’artista nasce giovane promessa, se è fortunato diventa un giorno venerato maestro, ma nel mezzo vive un limbo. Arrivato al quarto libro pubblicato con Bao, ti senti così?
«Mi sento sempre un esordiente. Ogni libro è il primo: e non lo dico perché è un modo per sembrare modesto. Finire un libro è la cosa più bella e la più difficile. Però è vero, con questo libro per la prima volta ho sentito la stanchezza e la grandezza di tutto il bagaglio di ansie, insicurezze, sacrifici accumulati in questi anni».

Cosa vuoi dire?
«Che le certezze non arrivano mai. Ai primi tentativi, quasi dieci anni fa, mi ero detto “se non funziona in due tre anni mollo questa passione”. Dal punto di vista emotivo ci sono gli stessi alti e bassi. Ma fare un libro rimane la cosa che mi fa stare bene mentalmente».

Come racconti, sei diventato papà, e questo è diventato il centro del tuo libro. Che influenza ha avuto la paternità?
«Hai meno tempo, una giornata totalmente diversa e molto più variabile. Però ti fa riflettere, e ti fa capire cosa davvero vuoi fare. Avevo iniziato una storia di fiction, ma poi mi sono accorto che non stavo andando da nessuna parte e ho ricominciato tutto».

Alcuni passaggi della storia li avevi già affrontati sul tuo blog, nato proprio dopo il tuo precedente libro. Il blog – e in generale l’uso dei social – è uno strumento di promozione o di sfogo creativo?
«Il blog è un parco giochi. Non hai pressioni. È gratis. In una settimana hai disegnato tutto quello che dovevi disegnare. La cosa peggiore che possa succedere è che nessuno se lo legga, quindi pazienza. Mi ha convinto Michele, Zerocalcare, ad aprilo. Non ho mai pensato di aprirlo per stare al passo con il resto del mondo, mi serviva un modo per esplorare. Alla fine è stato fondamentale: senza blog non esisterebbe questo libro».

A proposito di Zerocalcare: sei la mano dietro i colori delle copertine dei suoi libri (come Macerie Prime). Poi però il tuo libro è in bianco, nero, grigio. Tecnica e racconto sono indissolubili?
«I grandi autori, penso a Gipi o Manuel Fior, dicono sempre che ogni storia ha la sua tecnica, e non la deciti tu, la vedi così e parti. Io ho sempre pensato che fossero cose separate, la tecnica è il “come”, la storia è il “con che voce”, con che contenuto. Questa volta però è cambiato qualcosa: volevo raccontare questa storia così tanto, con così tanta fretta, che volevo andare veloce, senza pensare tanto alla tecnica. Addirittura in alcune vignette i personaggi in secondo piano non hanno il volto, solo una riga».

Che tipo di scrittore sei? Quello che scaletta tutto o quello che va a fare una caccia al tesoro?

Arriviamo al tema fiction-non fiction. Hai cercato l’accuratezza quasi giornalistica o ti sei concesso qualche libertà?
«Non cerco un’alta percentuale di fedeltà a ciò che è successo. Cerco intrattenimento, una narrazione che funziona, con il montaggio di più scene reali in una. Oppure nel cambio di sequenza degli eventi. Però è stato un ragionamento molto improntante durante la scrittura. Perché l’ispirazione veniva dalla realtà, e non mai volevo allontanarmi troppo, anche quando avrei voluto. Mi sono ritrovato, quindi, ad aspettare che le cose succedessero nella realtà per finire il libro. Ecco, per il finale del libro non avrei mai mentito».

Allora ho due fact-checking da farti: il primo, è vero che hai pulito casa e poi, per non sporcarla e fare bella figura con tua moglie, sei andato a dormire dagli amici in attesa che lei tornasse?
«(ride). No, però mi sembrava il finale perfetto per quel capitolo, creando anche l’idea che lei l’avesse cacciato di casa perché non puliva mai. È l’esempio di quello che dicevo prima: i momenti migliori della scrittura sono quando hai una serie di paletti da rispettare e quindi devi inventarti un finale che funziona».

Il secondo, ma davvero la siesta è così importante per voi? Nel libro sembra che sia la chiave a tutti i problemi pomeridiani dell’umanità.

Diceva Joseph Conrad, due secoli fa: “devo spiegare a mia moglie che anche quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando”. Dicono oggi: “trova il mestiere che coincide con la tua passione e non lavorerai un giorno della tua vita”, ma a volte è l’esatto contrario, perché saltano tutti gli argini. C’è una ricetta funzionante per il lavoro creativo?
«Nel libro sembra che dopo tanti sforzi un equilibrio io lo trovi. Ma la verità, se me lo chiedi oggi, è che non è sempre così. È un rapporto schizofrenico. La fortuna è che mia moglie mi capisce, e io ho imparato a svegliarmi presto: la mattina presto mi dedico ai lavori da consegnare, così poi mentre preparo la colazione o mentre accompagno mio figlio a scuola, ho lo spazio mentale per trovare soluzioni creative. L’ho sentito dire da qualcuno: mai sprecare una doccia se non si ha un problema nella testa da risolvere».

E, invece, si può trovare un bilanciamento tra lavori commissionati e autorità indipendente?
«Non penso mai in termini di autorialità, ma di tempo e fatica. Perché magari un lavoro di illustrazione ti fa campare ma ti toglie tutto il tempo, ti annoia, genera fastidi. Allora mi dico che nessuno dovrebbe costringere la propria passione di pagare le bollette. Sennò viene sottomessa. Quindi allora meglio fare un lavoro part-time che non c’entra con il disegno e poi avere tempo e forza per disegnare».

Uno spagnolo che vive a Berlino e scrive in italiano. Che giri ha fatto la tua carriera?
«In Spagna fin da giovanissimo facevo l’informatico e il grafico. Stipendio buono e tutto il resto. Ma mi annoiavo, così ho lasciato tutto, avevo 22 anni, e sono arrivato a Berlino, dovevo volevo fare il fumettista. Un anno dopo però sono stato assunto da una ditta di videogiochi a Berlino: disegnavo gli sfondi dei videogiochi per Facebook. Quando ho iniziato a pubblicare i libri mi è venuto automatico scrivere in italiano: mia moglie è della provincia di Roma, l’ho conosciuta in Germania, come molti altri amici italiani. Scrivere in questa lingua, all’inizio, era un modo perfetto per sintetizzare in poche parole conosciute».

Un giorno i tuoi figli vorranno disegnare. Non vorranno sicuramente consigli, ma tu cosa gli diresti?

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LE INTERVISTE A FUMETTI DE IL MESSAGGERO
01. Zuzu
«Con il mio graphic novel Cheese mostro l'audacia dell'adolescenza»
02. Dario Campagna«Disegnare vignette satiriche è come giocare al fantacalcio»
03. Miguel Angel Valdivia: «Disegnare è umano, inciampare è divino»
04. Sara Fabbri: «Per disegnare la Thailandia ho girato bendata per Bangkok»
05. Alberto Madrigal: «Anche quando preparo la colazione sto disegnando»
06. Rachele Aragno: «Le avventure della mia Melvina mi hanno aiutato a crescere»
07. Cristina Portolano: «Con i miei disegni racconto le sfaccettature della sessualità»
08. Maurizio Lacavalla: «Barletta è la mia Twin Peaks»

Tutti le risposte disegnate sono create dall'autore o dall'autrice per Il Messaggero. 

Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 09:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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