Roma, domani c'è Spalletti: l'incontro con l'ex ora è un gioco pericoloso

Roma, domani c'è Spalletti: l'incontro con l'ex ora è un gioco pericoloso
di Alessandro Angeloni
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Sabato 23 Ottobre 2021, 00:11 - Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 11:33

C’eravamo lasciati con quel «non escludo un ritorno». Anno 2017, Luciano Spalletti termina il suo secondo mandato, a fatica, dopo un’annata piena di contraddizioni, di litigi, di conferenze stampa teatrali, a favore dei famosi nemici. Roma è ormai diversa ai suoi occhi, lui è ormai un altro. Di mezzo c’è il finale del rapporto con Francesco Totti, brutta storia, finita pure in una fiction, dopo mille contrasti, sfiorati a volte nella rissa. Il Lucio romanista è finito definitivamente in quel pomeriggio di Roma-Genoa, 28 maggio 2017, con lo stadio Olimpico gonfio d’amore e in lacrime per il capitano e sprezzante per l’allenatore. Addio. C’eravamo tanto amati, e quanto era stata bella la storia del primo Spalletti a Roma, dal 2005 al 2009: il tempo della creazione di un gioiellino. Tutto o tanto merito suo, ricostruzione senza graffi, da terra al cielo, qualche coppa in tasca e l’idea di contendere lo scudetto all’Inter di Roberto Mancini e a quella di José Mourinho, che affronterà bastonato dopo lo squillante 6-1 subito l’altra sera in Norvegia contro il Bodo/Glimt. Mou, che un decennio fa lo punzecchiava, ricordando che stava spesso in televisione con Ilaria (D’Amico) e che avrebbe finito la stagione con zero tituli. Oggi Spalletti è Spallettone (cit.), lo Spallett-one. Che le vuole vincere tutte, come teme Mou, e che domenica pomeriggio ha la possibilità di deprimere ancor di più la sua Roma, di sgonfiarla, di rendere lo Special meno special.

GLI SPIGOLI
Spalletti contro Mourinho, stavolta è Lucio che si trova nelle vesti di Mou. È lui l’allenatore dominante, forte del primato in classifica: è lui lo Special del campionato. La Roma non è mai riuscito a battere Lucio da quando se n’è andato, sempre con il broncio. Qui non siamo riusciti a limare i suoi spigoli a renderlo meno rigido, come si dice a Roma, rosicone. E permaloso (non è certo l’unico). Ma accidenti quanto è bravo, Spalletti, nel suo lavoro sul campo, come maestro di calcio, studioso di tattica, di novità. Bravo come allenatore; bravo nel conquistare un ambiente in pochissimo tempo, per poi perderlo alla minima difficoltà, mettendosi il più delle volte sulla difensiva, attaccando a sua volta: perché la critica diventa una dichiarazione di guerra e lui nella lotta ci si tuffa, combatte. Oggi a Napoli combatte gli «spaventatori seriali». I quasi due anni di riposo sabbatico ce lo hanno restituito sempre uguale a se stesso: continuano a non garbargli i giornalisti, gli opinionisti, i riportini e tutto ciò in cui è contenuto il calcio. Lui, che viene dalla terra del Boccaccio e ha l’anima contadina, a volte evita di alzare il livello della discussione. Si accontenta e vola basso E’ dolce il suo sorriso quando dà da mangiare i biscotti alla papera di casa e brutto vederlo imbronciato quando deve rispondere a una domanda provocatoria. Ma Lucio è così, prendere o lasciare. La Roma ha lasciato. E viceversa. 

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UNO CONTRO TUTTI
Per Spalletti ogni giorno è un uno contro tutti, un incontro di boxe. E’ successo a Roma, a Milano, si spera non accada a Napoli, città che regala amore incondizionato e gioia di vivere. Lui vince, lì è il re. E a Roma torna da dominatore. Ma non gradirà l’accoglienza che tanta gente gli riserverà. Un po’ quello che è accaduto quando per la prima volta è tornato nella Capitale da nemico: fischi. A Roma è tornato nel 2016 e non ha resistito più di un anno e mezzo, ha lasciato il lavoro nel pieno. Ha smesso lui con il giallorosso e Totti con il calcio.
Alla fine hanno perso tutti. Mourinho lo aspetta, lo chiama Spallettone. Lo Special oggi è lui. E, in fondo, gli garba che la Roma finisca la stagione con zero tituli. 

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