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De Mita, il calcio dei "suoi" anni '80: l'Avellino e la “legge del Partenio”

Dal 1978 al 1988 gli anni di Juary che segnava e ballava, di Barbadillo detto il “Tartufòn”, di Dirceu e di Ramon Diaz

De Mita, il calcio dei "suoi" anni '80: l'Avellino e la legge del Partenio
di Piero Mei
4 Minuti di Lettura
Giovedì 26 Maggio 2022, 11:55 - Ultimo aggiornamento: 12:05

«Esiste in Italia una squadra che gioca come il Brasile, che profuma di cibo genuino e campi in fiore. Una squadra che, però, non è brasiliana: si chiama Avellino. Questa squadra gioca al calcio magistralmente, senza sentirsi inferiore a nessuno e senza mostrare nessun borioso senso di superiorità. Umile ed operaia, e nello stesso tempo nobile, come i soli veri airstocratici sanno essere. Questa squadra, l’Avellino, è la più bella realtà del calcio di provincia della storia italiana»: lo disse a una “Domenica Sportiva”, nel cuore degli Anni Ottanta, Gianni Brera. Erano gli anni di Ciriaco De Mita, gli anni, calcisticamente parlando, nei quali fu in vigore la “legge del Partenio”.

Morto Ciriaco De Mita, storico leader Dc ed ex premier. Per Agnelli era

Quegli anni furono dieci, dal 1978 al 1988, dalla promozione alla retrocessione: a parte Napoli, nessun’altra squadra né città, del Meridione ha avuto una striscia così lunga in quello che si definisce “il calcio che conta”, anche se di questi tempi più che altro conta i debiti.

 


Furono 150 partite giocate in casa, 63 vinte, 60 pareggiate e 27 perse; 172 gol fatti e 110 subiti. In casa: ma non era solo una “casa” lo stadio Partenio costruito da un altro pirotecnico personaggio di quegli anni, Costantino Rozzi presidente dell’Ascoli e “spalla” di Aldo Biscardi al “Processo del Lunedì”. Il Milan oggi campione ci giocò otto volte, ne pareggiò tre e ne perse cinque.

L'iconografia e non solo

Era, non solo nell’iconografia, la “tana dei lupi” come si chiamano i giocatori dell’Avellino facendo riferimento all’Irpinia, la loro regione, ed al carattere, il loro. E quello del pubblico, che quando i beniamini entravano in campo, e già da prima, cantavano, urlavano anzi, “lupi, lupi, lupi” e questo rullo di voci durava più dei novanta minuti e spaventava, o quanto meno intimidiva, gli avversari. Ce n’erano di quelli, si racconta, che prudenzialmente accusavano un qualche dolorino per evitare la trasferta. Si racconta di incidenti di spogliatoio (perfino l’acido muriatico nelle docce: per carità, sul pavimento, mica nell’acqua) e di ascensori che si bloccavano tenendo prigioniero il presidente avversario.


Coincidenze, forse. Più pesantemente qualcuno tirava in ballo coincidenze di odore camorristico, ma si sa: il Meridione è condannato al sospetto, vero o no. Per Avellino il Partenio di quegli anni “demitiani” fu il terreno di un riscatto, fu la Napoli del Napoli di Maradona. La sera del terremoto dell’Irpinia, raccontano, una signora disperata incontro Salvatore Di Somma, Capitan Lupo, e lo carezzò dicendogli “bella vittoria oggi” alludendo a un 4 a 2 rifilato all’Ascoli.

Maradona e gli altri

Maradona. Quelli erano gli anni di Falcao e Platini, di Zico e Socrates e quant’altri. Erano gli anni, lì al Partenio, di Juary che segnava e ballava intorno alla bandierina del corner, di Barbadillo detto il “Tartufòn”, di Dirceu e pure di Ramon Diaz, di Walter Schachner; sì, anche quelli di Anastopoulos e Skov, il danese di cui gli avellinesi ricordano soprattutto la moglie, una delle prime “Wags” da copertina. Questi ultimi due, che oggi si chiamerebbero plusvalenze, allora erno solo “bidoni”.


Nel branco dei lupi nostrani, che avevano in panchina tipi come Vinicio O’ Lione, Bersellini, Marchesi o Ottavio Bianchi, pescava a piene mani la Juventus. Tacconi, Vignola, Favero, perché anche da Torino arrivava il riconoscimento di quell’eccellenza casalinga e casareccia. La bravura di quei lupi vestiti di verde che avevano cambiato il colore della maglia bianca che indossavano dal 192 in quello dell’Anthemis, il liquore verde dei frati benedettini di Montevergine, per dimostrare che era meglio dello Strega, il giallo dei rivali di Benevento. Accadde nel 1947.

I simboli

Il simbolo fu Salvatore Di Somma, di Castellammare di Stabia come gli Abbagnale e anche Gigio Donnarumma e Fabio Quagliarella. “Sapete che dovete venire ad Avellino” pare dicessero i lupi in trasferta agli avversari, “minacciando” il ritorno. Patron Sibilia s’aggirava circondato da guardie del corpo e proibiva le prime creste e i primi orecchini. De Mita tifava: erano gli anni suoi, dell’Avellino e della “legge del Partenio” che on c’è più. Pare che negli ultimi campionati, in serie e tono minori, l’Avellino abbia fatto più punti in trasferta che nella temuta “tana dei lupi”.
 

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