Rieti, il reatino Gianni Rinaldi: "troppo" competente per l’Italia ma in Cina è bloccato dalla burocrazia

Gianni Rinaldi
di Giacomo Cavoli
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Giovedì 7 Ottobre 2021, 00:10

RIETI - E’ reatino doc, ha costruito la sua fortuna professionale in Cina ma, a causa della pandemia, da due anni non riesce più a rientrare nel Paese del Dragone dove è star indiscussa nella creazione di reti informatiche e della gestione logistica di eventi internazionali e mondiali. E’ l’incredibile e travagliata storia di Gianni Rinaldi (nella foto), 47 anni, una moglie cinese e due figlie bilingue, per il quale le vacanze di Natale del 2019 sarebbero dovute durare circa un mese e invece hanno finito per trasformarsi in una residenza permanente a Rieti, a causa della burocrazia cinese che, chiuse le frontiere dopo lo scoppio della pandemia, non contempla l’esistenza del doppio passaporto per poter entrare e uscire dalla Cina, ma soltanto speciali visti rilasciati, però soltanto a condizione che si possieda un regolare contratto di lavoro o si sia proprietari di un’azienda con sede in Cina.
Diplomato all’istituto tecnico-economico “Savoia” di viale Maraini, negli anni ‘90 la fortuna di Gianni furono le prime, richiestissime e introvabili competenze nella realizzazione delle reti informatiche e della manutenzione dei software: «Lavoravo in uno studio geologico multidisciplinare reatino dove erano presenti anche professionisti che avevano necessità di questo genere di competenze - racconta Rinaldi a Il Messaggero. - Così, dopo i primi approcci alla creazione delle reti informatiche decisi di fare sul serio, conseguendo varie certificazioni, ottenendo le prime importanti consulenze in Italia e spostandomi poi a 29 anni in Irlanda dove, nel giro di poco tempo, ricevetti le prime offerte di lavoro». Poi, lì, l’amore per la futura moglie Sen fece il suo corso e, dopo il matrimonio, Gianni scelse di seguire la Via della Seta: «Quando arrivai a Shanghai, nel 2004, era il posto giusto al momento giusto: il governo italiano stava iniziando la penetrazione commerciale in Cina e, grazie ai primi lavori svolti a favore dell’Istituto italiano per il commercio estero, la mia vita professionale è decollata». Da quel momento, per dieci anni il suo telefono non è stato mai più spento, portando Gianni ad essere il più richiesto in Cina, dando vita ad un’azienda di 30 dipendenti, curando la logistica informatica di eventi internazionali e, infine, rivendendo l’impresa nel 2014, «perché per la mia azienda desideravo un salto di qualità manageriale e volevo tornare a Rieti, città della quale sono innamorato, per dedicarmi alla mia famiglia, certo che le mie competenze mi avrebbero consentito di poter ben figurare».

L'impasse
Tornato in Italia, l’amara sorpresa del Bel Paese: «Un curriculum come il mio si è rivelato troppo qualificato per le competenze richieste dalle aziende italiane - spiega Rinaldi. - Alle mie offerte di lavoro, molte imprese non hanno mai risposto neanche con un formale “Le faremo sapere”, come accaduto ad esempio anche qui a Rieti da parte di aziende che cercavano persone in grado di intrattenere rapporti commerciali con la Cina, salvo poi non rispondere a chi, come me, ha competenze internazionali». Nel 2018 matura quindi la scelta di tornare in Cina con la famiglia: «A quel punto sono tornato a Rieti nel dicembre del 2019 per trascorrere le vacanze di Natale, convinto di ripartire a gennaio - continua Gianni. - A dicembre la situazione del Covid non appariva ancora così grave in Cina, ma quando a gennaio scoppiò il caos decisero di chiudere le frontiere, revocando anche tutti i visti turistici e per il ricongiungimento familiare». E nonostante una moglie cinese e due figlie nate dal matrimonio, la Cina non prevede l’esistenza del doppio passaporto: «L’unica soluzione sono dei visti che vengono rilasciati a chi ha un regolare contratto di lavoro è titolare di un’azienda con sede in Cina», conclude Rinaldi, che in Cina lavora da indipendente, affiancando l’attività della moglie blogger e influencer. Un figlio di Rieti e dell’Italia, sospeso nel limbo della burocrazia cinese a causa dell’immeritocrazia italiana.

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