Carlo Messina, Intesa San Paolo: «L’Italia potrebbe essere la grande sorpresa del 2016»

Carlo Messina, Intesa San Paolo: «L’Italia potrebbe essere la grande sorpresa del 2016»
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Domenica 17 Gennaio 2016, 00:40 - Ultimo aggiornamento: 09:45
L'Italia potrebbe essere la grande sorpresa del 2016. Ne è convinto Carlo Messina, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, prima banca europea per solidità e terza per capitalizzazione di Borsa. Nonostante le turbolenze che in questi giorni affliggono i mercati e nonostante il disordine mondiale, secondo Messina ci sono tutte le condizioni perché il nostro Paese rompa con decisione la serie negativa che sin qui lo ha costretto «in una posizione che non merita». E il sostegno delle banche, tornate dopo anni a fare credito a famiglie e imprese, potrebbe rivelarsi essenziale. Per questo «i prossimi stress test imposti agli istituti europei saranno un passaggio decisivo, soprattutto in tema di parametri per il confronto tra sistemi bancari». Dunque, osserva il banchiere romano che ha accettato di partecipare al Forum organizzato dal Messaggero, ci vorrà più equilibro sia che si guardi alle condizioni generali di stress immaginate sia che si guardi ai fattori specifici di rischio. Sarà perciò necessario che le autorità di vigilanza esaminino con più attenzione il peso dei derivati di cui sono ancora gonfi, per esempio, i portafogli delle banche tedesche e francesi. 
 
Ma andrà correttamente valutata anche l’esposizione, tipica delle banche globali europee, verso i Paesi emergenti. Fin qui si è puntato il dito solo sulle sofferenze, che sono una caratteristica del sistema bancario italiano. Non c’è stato, insomma, il promesso level playing field, il campo che si vorrebbe perfettamente livellato in modo che tutti i giocatori abbiano le stesse opportunità. «La parità di trattamento è fondamentale. Anche perché - aggiunge Messina - se c’è una cosa che può far fallire una banca non è tanto la carenza di capitale quanto l’assenza di liquidità e di leverage».

È perciò necessario che derivati e rapporti con gli Emergenti nel nuovo giro di stress test che sta preparando l’Eba, l’authority europea di riferimento, siano valutati con lo stesso rigore riservato alle sofferenze.
[INTERVISTA]Messina, da più parti si sostiene che le turbolenze di questo ingeneroso inizio d’anno possono in breve trasformarsi in una nuova tempesta perfetta. È davvero così?

«Non credo. Mi sembra piuttosto uno storno dopo la divergenza eccessiva tra economia reale e finanziaria. Certo, si sono aggiunte alcune variabili un po’ più complesse rispetto all’anno scorso, come la Cina e quindi i Paesi emergenti. Ma bisogna pesare le varie componenti per quel che valgono veramente. La Cina è un’economia in fase di rallentamento con un Pil che si attesta intorno al 7%; e tuttavia, quand’anche il suo trend di crescita dovesse arretrare sino al 5%, sarebbe pur sempre una performance significativa. Si tratterebbe peraltro di una correzione inevitabile per un sistema che ha deciso di spostarsi gradualmente dall’export ai consumi interni. Però di qui a trasformarlo in fattore di crisi globale ce ne corre».

Fino a che punto invece è una minaccia il crollo del prezzo del petrolio?
«Certamente è una variabile che sta incidendo sulle economie e in questo senso può avere un impatto superiore alla Cina. Anche perché, al di sotto di determinati prezzi, può mettere a dura prova i Paesi produttori più deboli. Che non sono pochi».

Istituti come Royal Bank of Scotland parlano di impatto cataclismatico nell’ipotesi di un petrolio a 16 dollari il barile. È un timore reale?
«Anche il premier russo ha fatto intravedere problemi seri in caso di greggio sotto 25 dollari. E dunque, non c’è dubbio che si stia creando una sorta di stress test da prezzo del petrolio. Credo però che le visioni più catastrofiche siano esagerate. Del resto, per quanto sia molto aumentato il grado di trasparenza di certe analisi, sarei cauto nel valutare l’attendibilità dei report in circolazione. Mi preoccupa di più il richiamo lanciato da un Paese produttore come la Russia». 

Quali impatti si possono prevedere sull’Italia?
«Il calo del petrolio ha implicazioni positive per l’industria in genere e quindi sui prezzi. Bisogna però valutare qual è il giusto equilibrio tra l’effetto sui prezzi e quello sulle esportazioni verso Paesi che subiscono questa forte riduzione di ricavi. Quanto all’Italia, siamo tra i meglio posizionati in questo contesto, purché si riesca ad ottenere il massimo del vantaggio in termini di crescita della domanda interna. È pur vero che rischiamo di vedere ridotto il nostro export verso le economie, come la Germania, maggiormente legate ai paesi emergenti; ma se approfittando della congiuntura la domanda interna ne traesse beneficio, ed è ciò che come banca stiamo osservando in queste settimane, l’Italia potrebbe essere davvero la sorpresa del 2016».

Secondo la Banca d’Italia a novembre si è avuta la prima vera inversione del trend nel settore prestiti dopo cinque anni. In che misura le iniezioni di liquidità della Bce si stanno trasferendo a famiglie e imprese?
«Per noi di Intesa Sanpaolo l’inversione del trend non è una novità. Nel 2014 abbiamo erogato credito alle imprese e alle famiglie italiane per 27 miliardi, cioè la somma di due manovre finanziarie, il valore di una banca popolare di medie dimensioni. Nel 2015 l’erogazione è cresciuta a 40 miliardi: di questi, ben 11 sono finiti in mutui per la casa. E nel 2016 intendiamo fare ancora meglio. Tutto ciò è stato possibile anche grazie alle iniezioni della Bce, ma soprattutto per effetto di una maggiore domanda di credito. Ciò va sottolineato, perché se è vero che la cinghia di trasmissione del credito oggi è tornata a funzionare, vuole anche dire che il Paese è davvero in ripresa. Un buon testimone è del resto la ripartenza degli investimenti».

Dobbiamo dunque credere che le previsioni del governo per il 2016 sono realistiche?
«Io ne sono convinto. Anzi, oggi mi sento più ottimista di quanto non fossi un anno fa».

Lei sostiene che in questo momento le banche, con i loro prestiti, sono probabilmente il motore principale della ripresa. Da parte sua però la Bce continua ad alzare l’asticella dei requisiti di capitale. Questo non frena la vostra capacità di prestare denaro? Non mina il processo di accelerazione della crescita?
«Una premessa è d’obbligo. Le richieste di maggior capitale della Bce sono definite nei cosiddetti Srep e francamente un aumento dello 0,5% non è tale da frenare l’erogazione del credito. Chiarito ciò, va però detto che deve ancora essere svolta un’azione efficace in fatto di leva finanziaria, il cosiddetto leverage, che nelle banche dà la misura dei livelli di liquidità. Ribadisco che non è il common equity, cioè il capitale, che salva la banca, ma la leva. E Intesa Sanpaolo non è solo la più forte tra le banche europee per common equity, ma anche per leva finanziaria. Nessuna banca fallisce perché non ha capitale; le banche falliscono per carenza di liquidità, come dimostra il caso Lehman. Quanto alla crescita, il sostegno di Intesa a famiglie e imprese, già molto rilevante in questi anni, aumenterà ancora. I nostri risultati poggiano sul futuro dell’economia reale, ed è anche grazie alla notevole forza patrimoniale di cui disponiamo che potremo essere ancora più attivi nel finanziare la ripresa».

Dietro le sue parole si leggono toni polemici. Pensa che i regolatori di Bruxelles abbiano sbagliato tutto?
«Mi limito a osservare che è indispensabile siano posti vincoli al leverage in uso in altri sistemi bancari oltre ad auspicare una rapida entrata in vigore di regole severe sul leverage».

Ciò induce a concludere che banche con un capitale al top secondo le prescrizioni Bce, potrebbero avere qualche problema con un leverage ratio per esempio al 4%?
«In effetti in molte parti d’Europa si parla di livelli di leverage fra il 3% e il 4%, contro il 6-7% che vanta Intesa Sanpaolo. Francamente, quand’anche il capitale fosse al 10%, una leva al 3-4% è presupposto per ritrovarsi in una condizione di stress qualora i derivati in portafoglio non dovessero essere valutati correttamente. C’è giustamente un’attenzione forte sulle sofferenze delle banche italiane, che sono peraltro certificate e oggetto di processi di assessment già definiti; manca però un focus adeguato sui derivati presenti nelle banche di altri Paesi: valutarli con modelli matematici e non sulla base di prezzi di mercato è a dir poco fuorviante».

Nell’imminenza di un nuovo ciclo di stress test sembra che questa volta l’Italia intenda muoversi adeguatamente per impedire che si ripeta la precedente pessima esperienza. Che cosa le fa credere che oggi le sue istanze verranno prese in considerazione?
«Cominciamo col confrontare i parametri generali usati al momento dell’esame del 2013 con i dati reali del nostro Pil. Si è finito col rendere più problematica la gestione di alcune situazioni di difficoltà nonostante in Italia, nei tre anni considerati, non si sia verificata nessuna delle condizioni di stress ipotizzate. Per contro, Paesi emergenti verso i quali sono esposti i sistemi finanziari di nostri concorrenti internazionali, sono stati accreditati di trend in crescita che poi, nella realtà, non si sono verificati».

Contate anche sulla sponda politica per fare pressing sulle autorità di Bruxelles?
«Non cerchiamo nessuna sponda politica, vogliamo semplicemente far valere i nostri argomenti, che riteniamo solidi. Sono però convinto che oggi nel nostro governo, nella Banca d’Italia e nello stesso Parlamento europeo ci sia una maggiore sensibilità su questi temi».

Spesso parametri più rigorosi a carico dell’Italia vengono giustificati con il modesto credito che riscuotiamo quanto a capacità di ridurre il debito. C’è però anche la sensazione che sia un po’ una scusa per tenere a freno la nostra creatività imprenditoriale, celebre in tutto il mondo. Messina, chi ha paura dell’Italia?
«Oggi l'Italia è il paese più forte d'Europa dopo la Germania. Il risparmio è da tripla A, il settore manifatturiero è il secondo d'Europa. Il debito pubblico è il vero punto debole, ma se guardiamo al rapporto tra questa variabile e il risparmio privato, in Europa siamo tra i Paesi più virtuosi. Abbiamo un potenziale enorme in termini di risparmio, che finora non abbiamo valorizzato adeguatamente nella comparazione europea».

Però è anche vero che una parte non irrilevante del risparmio privato, che finisce nei forzieri delle banche, è impegnata in titoli dello Stato. Questo a molti in Europa non piace.
«Anzitutto il debito pubblico italiano oggi si trova in una posizione decisamente migliore rispetto a qualche tempo fa, sebbene il dato nel suo complesso sia rimasto più o meno uguale. E ciò è merito anche del programma di acquisto di titoli pubblici avviato dalla Bce. In ogni caso, per quel che ci riguarda, visto che abbiamo come obiettivo di essere non solo la prima banca italiana ma anche tra le migliori a livello internazionale, abbiamo dimezzato la concentrazione di titoli di Stato nel nostro portafoglio». 

Intesa Sanpaolo ha contribuito più di altri a salvare Banca Etruria, CariChieti, CariFe e Banca Marche. Quali le conseguenze al vostro interno per tanto impegno? 
«Complessivamente Intesa ha messo sul tavolo 460 milioni. Un impatto molto rilevante sui nostri conti, che però non ci impedirà di mantenere la promessa fatta agli azionisti, ai quali ci apprestiamo a destinare un dividendo a valere sul 2015 che non sarà inferiore a 2 miliardi». 

Non sarebbe stato meglio un salvataggio tramite il Fondo interbancario? Non c’era modo di affrontare il caso attraverso modalità meno onerose?
«Ricorrendo al Fondo, il costo per il sistema bancario sarebbe stato decisamente inferiore. Ma come è noto, non si è potuto fare diversamente. Ciò che invece mi sembra sicuramente fuori da ogni logica di mercato è che nell’operazione di salvataggio le quattro banche siano state costrette a svalutare di oltre l'80% le proprie sofferenze. Ma grazie al cielo il mercato si muove con altri parametri».

A proposito delle quattro banche, soprattutto nel caso di due di esse si parla di corsa strisciante a ritirare i depositi. Ne state beneficiando anche voi?
«In generale, da alcuni mesi in Italia è in atto un fenomeno di flight to quality, cioè di spostamento dei conti verso banche giudicate più sicure, ma ciò accade in una misura fisiologica. Noi non stiamo certo favorendo questa dinamica, non è nel nostro interesse. Detto ciò, non credo proprio che i risparmi degli italiani si trovino in una condizione di rischio. Anzi, mi sembra che la situazione si stia normalizzando».

Che cosa pensa delle nuove regole sul bail-in entrate da pochi giorni in vigore in Italia?
«Trovo non corretto l'inserimento delle obbligazioni senior nel nuovo meccanismo di salvataggio delle banche, perché in Italia questi prodotti finanziari sono molto diffusi tra i risparmiatori anche piccoli. Sottolineo che Intesa si è opposta in tutte le sedi a questa decisione. Quanto invece alle obbligazioni subordinate, segnalo che dal 2010 noi non proponiamo più queste obbligazioni alla nostra clientela retail».

È favorevole a una bad bank di sistema che raccolga i crediti problematici delle banche?
«In linea di principio non sono contrario, ma in Italia se ne è parlato troppo e alla fine sulla questione si sono accesi tanti e tali riflettori che è diventata una sorta di ammissione di fragilità esposta ad ogni polemica. Peraltro, relativamente ai crediti non performing, ho sempre sostenuto che il problema degli incagli fosse maggiore di quello delle sofferenze. E per fortuna questi stanno diminuendo in misura significativa».

Intesa Sanpaolo è pronta ad adottare una nuova governance. Premesso che la figura del capo azienda con poteri nuovi e più adeguati è ormai definita, chi può essere nell’immaginario di Messina il futuro presidente dell’istituto?
«La scelta del nuovo presidente di Intesa Sanpaolo non spetta a me, saranno gli azionisti a indicare il suo nome. Quanto a me, ritengo una grande fortuna avere avuto quale presidente del consiglio di sorveglianza Giovanni Bazoli, fondatore della nostra banca e vero artefice della costruzione di uno dei più grandi gruppi bancari europei. Ma sono stato altrettanto fortunato ad avere avuto quale presidente del consiglio di gestione un professionista di grande competenza e di grande affidabilità come Gianmaria Gros-Pietro».

Tra le tante operazioni che avete organizzato negli ultimi tempi, Intesa Sanpaolo è la banca finanziariamente più impegnata nell’Ilva. Parteciperete a una eventuale cordata italiana per l’acquisto degli asset messi in vendita?
«Noi non facciamo cordate. Se però la valorizzazione del nostro intervento finanziario può essere meglio realizzata attraverso un’operazione di carattere industriale, noi ci saremo. Ma con l’obiettivo di dismettere successivamente, in modo da rientrare dalle esposizioni senza far perdere occupazione al Paese».

Un’ultima domanda: ha visto il film ”La grande scommessa”? C’è chi lo ha definito uno spietato atto d’accusa verso il sistema bancario, che massimizza i profitti degli azionisti a scapito dei clienti.
«Non l'ho visto, ma se capisco bene è tutto centrato sugli eccessi finanziari del sistema americano, che hanno prodotto una crisi globale. Noi siamo in Italia, solidamente ancorati alle famiglie e alle imprese italiane e fortemente determinati a far sì che i nostri clienti e l’economia del nostro Paese possano trarre beneficio dalla forza e dalla solidità della nostra banca. Insomma, sicuramente non è un film su Intesa».
 
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