Arrivano gli Stati generali dell'occupazione femminile Spadoni: «Subito un piano asili nido»

Lunedì 6 Luglio 2020 di Stefania Piras

O i figli o il lavoro. Circa 40 mila donne in Italia sono state costrette a scegliere i figli lasciando il lavoro. Questo dato la dice lunghissima sul percorso a ostacoli che deve affrontare una donna divisa tra professione e famiglia che la pandemia ha solo sottolineato con più forza. E se invece partisse un piano straordinario di asili nido in tutto il Paese? Anche per questo si terranno gli Stati generali dell'occupazione femminile, organizzati e voluti dalla vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni che chiederà al governo un intervento mirato sulla promozione a tappeto di nuovi asili nido. Spadoni ha deciso di fare il punto della situazione con due esperte del comitato scientifico Colao impegnate nella promozione della parità di genere, che è uno dei tre pilastri del Piano Colao per la ripartenza dell’Italia. Le relatrici saranno Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell'Istat ed Elisabetta Camussi, professoressa di Psicologia sociale all’Università degli Studi di Milano «Bicocca».

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Due sono i punti di partenza che hanno convinto la vicepresidente Spadoni a convocare gli Stati generali: il Consiglio d’Europa, ha richiamato l’Italia per la violazione della parità tra uomo e donna sul lavoro e la notizia che l’Ispettorato del Lavoro ha certificato che nel 2019 sono state oltre 37 mila le neo-mamme lavoratrici che hanno presentato le dimissioni. La motivazione più frequente è quella della difficoltà a conciliare gli impegni lavorativi con l’accudimento dei figli più piccoli.

Ma vediamo i dati. Per l'Istat infatti il 20 per cento delle donne, è costretto a lasciare il lavoro dopo la nascita dei figli: «Se non si investe in modo massiccio in servizi per la prima infanzia, servizi di cura, congedi parentali e di paternità che aumentino la condivisione tra genitori, nella battaglia contro la discriminazione e gli stereotipi, non ne usciremo mai», ha commentato Sabbadini. Le motivazioni più frequenti per cui le donne lasciano il lavoro sono: «L’assenza di parenti “di supporto”, ossia nonni che possano dare una mano, nel 27 per cento dei casi; costi troppo alti di “assistenza al neonato”, cioè asili nido e baby sitter nel 7 per cento dei casi”.

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La fascia d’età in cui le donne abbandonano (29-44 anni), ossia nel pieno dell’impegno professionale, spiega perché in Italia la parità di salari e di carriere sia ancora così lontana. L’Ispettorato nazionale del lavoro ci dice che, nel 2019 si sono dimesse dal lavoro 37.611 neo-mamme e 13.947 neo-papà (11.488 per passare a un’altra azienda). Un aumento del 4% rispetto al 2018. Le dimissioni riguardano soprattutto il settore terziario (39.247 casi) e l’industria (8.555). Non si salva la Pubblica Amministrazione, con 142 episodi.

Solo il 21% delle aziende ha previsto almeno una attività per il supporto alla genitorialità, tra permessi aggiuntivi e integrazione salariale. Completamente assente la cultura dell’assistenza diretta: asili nido convenzionati, aziendali, scuole materne, centri gioco o doposcuola solo in circa lo 0,4% dei casi. Lo 0,5 per il reperimento di baby sitter.
Dopo questi dati appare evidente come sia lontano in Italia il quinto dei diciassette obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Onu: quello della parità di genere. Andrebbe raggiunto entro il 2030. E ad oggi, a febbraio per la precisione, l’Italia era al 76° posto su 153 per gender gap occupazionale (dati del World economic Forum).

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Gli Stati generali chiederanno di mettere mano a questa emergenza con un piano asili nido. Ci sono molti fondi europei in arrivo, il tema però è quale sarà l’impatto di genere di queste risorse.

Ci sono anche notizie positive: la Ministra del Lavoro Nunzia Catalfo ha annunciato una «azione di contrasto al part-time involontario e una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni. Tra le altre ipotesi su cui sta lavorando ci sono incentivi all’assunzione da distribuire in modo selettivo, direzionandoli su giovani e donne che vengono da periodi di lunga disoccupazione o di inattività (la famosa staffetta generazionale – inoltre dovrebbe accompagnare i più anziani all’uscita, e qui si aprirebbe un capitolo anche su misure come ad esempio Opzione Donna di cui Spadoni una delle maggiori sostenitrici e che si potrebbe rendere strutturale).

«Un’osservazione va fatta per quanto riguarda la mancanza di un piano concreto e puntuale per rimediare alla scarsa diffusione dei servizi pubblici di assistenza e degli asili nido in diverse regioni, che pure è stato indicato al punto 17 delle raccomandazioni all’Italia del Consiglio dell’Ue sul Programma nazionale di riforma 2019, rilevando l’insufficienza degli investimenti nei servizi di assistenza e nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Dobbiamo mettere in luce l’esigenza di promuovere non solo “la conciliazione” ma soprattutto “la condivisione” del compito di cura genitoriale incentivando il ruolo paterno affinché la madre possa accedere e mantenere il lavoro retribuito, oltre ai benefici psicologici che si avrebbero sul benessere della famiglia in generale, con una maggiore presenza paterna», scrive Spadoni.

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Nel Family Act è stato anche proposto l’innalzamento del congedo di paternità a 10 giorni rispetto agli attuali 7 e l’estensione della titolarità del congedo, ai lavoratori autonomi e liberi professionisti, «ma di certo in Parlamento lavoreremo anche su altri profili tra cui gli strumenti per garantire l’effettivo godimento del congedo, sono secondo me fondamentali», continua Spadoni.

E ancora, si sta lavorando per «non correre il rischio che il padre ceda la propria quota di congedi parentali; vi è il rischio concreto che il padre, anziché assumersi la propria responsabilità, ceda alla madre la propria quota di congedo parentale, delegandole pressoché totalmente la funzione familiare, e così fare un salto indietro di decenni di legislazione tendente a favorire il modello di condivisione dei compiti di cura».

«Per la prima volta in un documento strategico (il Piano Colao ndr) viene affermato che la parità di genere deve essere asse strategico. La proposta di un piano per lo sviluppo dei nidi fino alla copertura del 60% dei bambini aventi diritto tra 0-3 anni innescherebbe un circolo virtuoso per l’occupazione femminile e non solo. Porterebbe ad un incremento di 100 mila lavoratrici nel settore, aumenterebbe l’occupazione femminile in generale perché più donne potrebbero avvalersi dei nidi, ridurrebbe la disuguaglianza tra bambini, perché anche i bambini del Sud e più svantaggiati potrebbero accedervi, limiterebbe anche la caduta della fecondità dovuta al sovraccarico di lavoro di cura sulle spalle delle donne. Anche il welfare aziendale può fare la sua parte in questo contesto insieme alla rivisitazione del sistema di assegni e bonus per i figli, già avviato con il family act», commenta Linda Laura Sabbadini.

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«La letteratura scientifica nazionale e internazionale evidenzia il perdurare di “luoghi” reali e simbolici nei quali la disparità tra uomini e donne si riproduce, a sistematico svantaggio delle donne. Tra questi luoghi è possibile annoverare l’ambito dell’istruzione e della formazione, che vede sì le giovani donne eccellere nelle prestazioni scolastiche, ma le ritrova però maggiormente presenti nei settori formativi considerati tradizionalmente femminili, che daranno origine a occupazioni scarsamente retribuite; oppure il mercato del lavoro nel suo complesso, nel quale si evidenzia una presenza quasi esclusiva di donne nelle professioni “della cura”, ma senza che le carriere si sviluppino fino a permettere loro di ricoprire come gli uomini incarichi dirigenziali neppure negli ambiti in cui sono fortemente rappresentate. A questo si aggiunge la difficoltà di raggiungere una dimensione di “work/life balance” che permetta alle donne la conciliazione dei tempi di vita, senza che questo si traduca in una conseguente assenza del femminile dallo spazio pubblico (professionale, politico, sociale) o in un numero complessivo di ore di lavoro quotidiano (tra retribuito e non) molto più elevato di quello degli uomini, anche a causa dell’assenza di servizi», afferma Emanuela Camussi.

«Si tratta infatti di promuovere, fin dalla scuola primaria, visioni più articolate della progettualità formativa, personale e professionale in bambine e bambini, che favoriscano l’interesse delle bambine anche per le discipline non tradizionalmente femminili (come le STEM) e contemporaneamente promuovano nei bambini lo sviluppo di competenze relative alla cura (di se’, degli altri, dell’ambiente etc.), senza che questo si tramuti in una ridicola e improduttiva inversione dei ruoli. Allo sviluppo della progettualità personale contribuiscono inoltre i percorsi di educazione finanziaria, utili dalle prime fasi della scolarizzazione ma fondamentali nel resto della formazione, anche come fattore protettivo – in particolare per le donne - rispetto alla violenza economica», continua Camussi.

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Ultimo aggiornamento: 10 Luglio, 15:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA