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Serena Mollicone, le tracce senza nome e i dubbi sulla porta: così è caduta l’accusa

Prove, testimonianze, movente: i punti deboli dell’impianto dei pm che hanno spinto i magistrati ad assolvere i Mottola

Omicidio Serena Mollicone, perché i Mottola sono stati assolti? Da Tuzi alla porta, le accuse che non hanno retto
di Pierfederico Pernarella Vincenzo Caramadre
4 Minuti di Lettura
Sabato 16 Luglio 2022, 13:12 - Ultimo aggiornamento: 17 Luglio, 09:02

Decine di impronte rimaste senza nome. Tra queste si nasconde quella dell’assassino di Serena Mollicone? Dopo l’assoluzione dell’ex maresciallo Franco Mottola, del figlio Marco, della moglie Anna Maria e dei due carabinieri, Francesco Suprano e Vincenzo Quatrale, si deve ripartire dalla domanda che si rincorre da 21 anni: chi ha ucciso Serena? La Procura è convinta che siano stati i Mottola e ha annunciato l’appello. Lo farà dopo aver letto le motivazioni della sentenza della Corte d’assise di Cassino (presieduta dal giudice Massimo Capurso) che si conosceranno entro l’autunno.

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Nel frattempo, non resta che prendere per fondati i dubbi sollevati dalle difese, soprattutto quella dei Mottola. Gli avvocati Francesco Germani, Mauro Marsella, Piergiorgio Di Giuseppe e Enrico Meta lo hanno ripetuto più volte: «L’assassino non è in quest’aula». Lo hanno sostenuto portando all’attenzione anche un giallo nel giallo. Quello delle impronte. Ne sono state trovate 7 sul nastro che avvolgeva i polsi di Serena, 2 su quello che legava i piedi, altre 2 sul cassone di ferro che copriva il cadavere abbandonato nel bosco e altre decine sui libri della ragazza lasciati vicino al corpo. A chi appartengono? Non agli imputati, né alle oltre 300 persone alle quali erano stati prelevati dna e impronte.

La domanda, il giorno dopo l’assoluzione e le scene di rabbia fuori dal tribunale, è essenziale: questo vuoto investigativo ha contribuito a convincere la giuria dell’innocenza degli imputati? Di certo ha pesato l’assenza di un movente: l’ipotesi che Serena volesse denunciare un giro di droga in cui era coinvolto Marco Mottola non ha trovato riscontri in aula, così come quella di una relazione tra i due. L’impianto accusatorio è stato indebolito anche dalle testimonianze vaghe, alcune ritenute troppo reticenti, sui presunti depistaggi di Mottola. Ma ciò che non ha retto sono stati i due pilastri sui avevano puntato quasi tutto i pm Beatrice Siravo e Carmen Fusco: le dichiarazioni di Santino Tuzi e la porta della caserma. 

Perché il brigadiere non sarebbe stato ritenuto credibile? Fu lui, sette anni dopo il delitto, a riferire che una ragazza, il 1° giugno 2001, era andata in caserma per incontrare Marco Mottola. Dopo quella confessione, il brigadiere si tolse la vita. Quella ragazza era Serena? Per l’accusa sì. Secondo la difesa, invece, a sentire le registrazioni audio degli interrogatori, il brigadiere è incerto nell’identificarla e nel collocare il fatto il 1 giugno. Tanto è vero che la difesa dei Mottola ha ricordato che nel 2015, fu lo stesso pm Siravo, nel chiedere l’assoluzione dei Mottola, poi rigettata, a definire che Tuzi era un testimone inattendibile.

 

L’ARMA DEL DELITTO

Se il brigadiere serviva per dimostrare che Serena era entrata in caserma, a provare che fosse stata uccisa lì dentro doveva essere la porta dell’alloggio in uso ai Mottola. Serena, incontrato Marco per ragioni mai chiarite, per motivi altrettanto sconosciuti avrebbe avuto con lui una lite. Spintonata, dunque, avrebbe sbattuto la testa contro la porta, perdendo conoscenza per poi morire soffocata con una busta di plastica. A questa ricostruzione la Procura giunge solo dopo la riesumazione della salma nel 2016, sulla base delle consulenze del Ris di Roma e dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo.

Il trauma cranico e l’altezza di Serena combacerebbero con l’ammaccatura della porta e l’urto sarebbe dimostrato anche dalla compatibilità tra le tracce di legno trovate tra i capelli di Serena e sul nastro adesivo con cui era stata legata. Venticinque frammenti, invisibili all’occhio umano, ma solo 18 si sono rivelati utilizzabili. Quello più grande, trovato tra i capelli, ha dato esito negativo. La compatibilità, al 90%, è stata accertata solo su 6 tracce. Ma la difesa ha contestato le analisi: nei frammenti è stata trovata solo una pianta, tra le più comuni, rispetto alle decine presenti nella porta: «È come se si fosse cercato una pallina rossa tra mille palline colorate».

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