Sarri-Lazio, il feeling non c'è

Sarri-Lazio, il feeling non c'è
di Andrea Sorrentino
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Martedì 5 Ottobre 2021, 00:04

La ciurma non segue il Comandante, ormai è più di una sensazione. Così sta arrivando l’ora più buia, quella delle scelte drastiche. Dolorose, in alcuni casi. Ma differirle sarebbe grave, considerato che il prossimo avversario sarà l’Inter. La Lazio deve cambiare qualcosa, e presto. Non funziona l’atteggiamento generale, non funziona il 4-3-3 per via di interpreti non adatti, e il tutto si riverbera su prestazioni e risultati. La squadra non ha fiducia in se stessa e non aggredisce le partite, è andata in svantaggio sei volte su sette. Nelle ultime quattro trasferte, Europa compresa, ha segnato un solo gol, perso tre volte, salvato il collo solo a Torino al 90’ su rigore. Brutto affare. Urgono interventi. Maurizio Sarri, con un certo pudore, ha ammesso problemi di natura “ambientale”.

Di fatto, la squadra non lo segue, anche se è netta l’impressione che lo abbia seguito fin troppo nei giorni tra la preparazione della partita di coppa e quella della trasferta a Bologna: quel martellare sulla Lega cattiva, il calendario nemico, ha convinto i giocatori dell’ineluttabilità della sconfitta. Ma in generale, è chiaro che la squadra non fosse costituzionalmente pronta per una rivoluzione copernicana, tattica e di mentalità, e sia in difficoltà coi suoi metodi. A cominciare da piccoli mutamenti di impostazione, come il fatto che Sarri annunci la formazione poco prima di andare in campo: con Inzaghi erano abituati in un altro modo, c’era un rapporto ormai di amicizia e la formazione veniva rivelata con un certo anticipo, invece ora le cose sono cambiate e per parecchi è uno choc.

A livello individuale, i più in crisi sono Luis Alberto, che è di traverso da mesi e non si è ancora raddrizzato, e Acerbi, che ha perso sicurezza e tranquillità, forse di recente qualcosa è cambiato dentro e intorno a lui. Tatticamente la coperta del 4-3-3 è cortissima, con quel centrocampo sghembo: Milinkovic-Savic e Luis Alberto con Inzaghi erano protetti da cinque difensori, adesso sono diventati quattro e per i due è cambiato il modo di correre all’indietro. Agli interni, Sarri chiede dinamismo e intensità, e i due faticano a garantirli, hanno passo cadenzato, coprono poco; in fase offensiva erano abituati a ricevere la palla tra i piedi, invece ora devono muoversi per dettare i passaggi e triangolare con attaccanti e difensori esterni. Non è aria, non è il loro pane. Il derby era stato vinto in modo irreplicabile, con una difesa prudente facilitata dagli sbilanciamenti della Roma, e dal raro evento per questa Lazio di essere andata in vantaggio subito. 

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L’ora della verità
Sta così arrivando l’ora dei compromessi, che Sarri detesta ma dovrà valutarli, c’è ancora tempo. Il centrocampo dovrà mutare assetto. Uno tra Milinkovic e Luis Alberto è di troppo, peccato che Basic non sia ancora pronto (ha caratteristiche piuttosto offensive anche lui) e Akpa Akpro non dia garanzie tecniche. Sarri potrebbe recuperare il fantasista che gli avanza con il 4-3-1-2, che però cambierebbe tutto il gioco offensivo e metterebbe in crisi Felipe Anderson, ala d’attacco e non una seconda punta. Quindi, o rombo, o il sacrificio di uno tra Milinkovic e Luis Alberto. Altre strade non sembrano esserci, visto che la profondità della rosa è quella che è, infatti Sarri attinge poco alla panchina perché di alternative valide non ne ha.

Solo Cataldi, con un po’ di lavoro, potrebbe diventare autorevole alternativa a Leiva. Il Comandante poi ha un altro paio di enormi difficoltà. C’è l’incresciosa vicenda del portiere: non ce n’è uno affidabile, grossissimo problema. E quella del vice-Immobile: è ora di dire che Muriqi non è un giocatore da serie A. Anche in questo Sarri c’entra pochissimo, il danno l’hanno fatto altri. Lui, forse, un errore l’ha commesso all’inizio: ha sopravvalutato le capacità di adattamento alle novità di questa Lazio, che si accontentava da cinque anni di arrivare mediamente quinta o sesta, e non aveva tanta voglia di migliorarsi.

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