Da Sheva a Kakà, la storia insegna: non sempre chi torna è un Diavolo di felicità

Da Sheva a Kakà, la storia insegna: non sempre chi torna è un Diavolo di felicità
di Salvatore Riggio
3 Minuti di Lettura
Sabato 28 Dicembre 2019, 09:30

Zlatan Ibrahimovic dovrà sfatare un tabù. Non sempre chi torna in rossonero poi fa bene. Negli ultimi 25 anni l’elenco è lungo. Si inizia con Ruud Gullit. L’olandese è l’icona di quel Milan: vince tutto dal 1987 al 1993 (171 presenze e 56 gol), prima di trasferirsi alla Sampdoria e conquistare una Coppa Italia. Un anno a Genova per tornare, nell’estate 1994, in rossonero e fare in tempo a conquistare un’altra Supercoppa Italiana proprio contro i blucerchiati. Ma è in rotta con l’ambiente e dice addio (risoluzione del contratto) dopo 14 presenze e quattro gol per ritornare alla Samp. Dopo Gullit, c’è Roberto Donadoni. A lui va meglio. È il primo acquisto di Berlusconi (10 miliardi di lire all’Atalanta) e in 10 stagioni colleziona 361 presenze (23 gol). Si trasferisce negli Stati Uniti e indossa per tre anni la maglia dei New York Metrostars. Chiamato da Adriano Galliani, Donadoni torna nel 1997 e vince lo scudetto con Alberto Zaccheroni. 
AMAREZZA ANDRIY 
Sono in pochi a ricordarsi della seconda esperienza al Milan di Marco Simone. Dal 1989 al 1997 gioca 245 partite (74 gol), per poi volare a Parigi. In Francia gioca nel Psg e nel Monaco e nel 2001 torna al Milan, ma va male: 9 presenze e 0 gol in campionato. Nella lista c’è spazio anche per Leonardo, che sbarca a Milanello nel 1997 da Parigi. Il brasiliano è decisivo nello scudetto di Zaccheroni. Nel 2001 torna in patria, per fare il percorso inverso nell’ottobre 2002. Rimane fino al marzo 2003, ma la sua seconda avventura non lascia un’impronta indelebile. Si arriva ad Andriy Shevchenko che dal 1999 al 2006 totalizza 296 presenze (173 reti). Fa sfracelli sotto la guida di Carlo Ancelotti: tra i tanti trofei mette la firma sulla Champions del 2003 (quella contro la Juve). Nell’estate 2006 va al Chelsea, ma non esplode e torna dopo due anni. Non è più come prima: solo 26 presenze e due gol. 
LA SFORTUNA DELLO SPICE BOY 
È sfortunato, invece, David Beckham che nei sei mesi del 2009 entra nel cuore dei tifosi rossoneri, ma nei sei mesi del 2010 si rompe il tendine di Achille. Va un po’ meglio a Kakà. Sei stagioni dal 2003 al 2009 con tanti successi, Pallone d’Oro compreso: 270 partite e 95 reti. Viene ceduto al Real Madrid, ma in Spagna in quattro anni non è lo stesso ammirato a Milano. Per non perdere i Mondiali del 2014 a casa sua, in Brasile, decide di rivestire la maglia rossonera, ma non è più il suo Milan. A fine stagione lascia con 37 gare e nove gol.
GLI ULTIMI RITORNI 
È il turno di Mario Balotelli. Sbarca in rossonero nel gennaio 2013 dal Manchester City e in una stagione e mezza segna 30 gol in 54 partite, per poi volare al Liverpool e ritornare a Milanello nel 2015, ma segna soltanto tre reti (una sola in A) in 23 presenze. Alla fine di quella stagione, saluta per la seconda volta e si trasferisce al Nizza. Infine, Boateng. Il centrocampista ghanese gioca tre stagioni e in 100 gare realizza 17 reti conquistando uno scudetto (con Zlatan) e una Supercoppa Italiana. Torna per sei mesi nel 2016, ma è un flop (14 partite e un solo centro).

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