Elezioni Roma, Calenda già rilancia: il mio tesoretto centrista per dividere Pd e M5S

Il leader di Azione: «Proposte concrete che vanno oltre i concetti di sinistra e destra»

Calenda già rilancia: il mio tesoretto centrista per dividere Pd e M5S
di Mario Ajello
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Lunedì 4 Ottobre 2021, 23:53 - Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre, 13:11

Non è al ballottaggio Calenda, non ha superato (se i dati saranno confermati) la Raggi ma è andata molto bene la sua lista. E’ prima per un soffio rispetto a FdI e batte il Pd. Il suo titolare, il leader di Azione, sarà determinante nella seconda fase della corsa al Campidoglio. Hanno bisogno dei suoi voti sia Gualtieri sia Michetti. Molto bisogno. Con più del 17 per cento dei consensi per il suo simbolo a Roma l’ex ministro è soddisfatto e oltretutto si avvia a un tragitto nazionale promettente.

«Con questa ottima performance - racconta agli amici, prima delle dichiarazioni ufficiali di rito - ho offerto una strada a tutta una cultura politica che prima non esisteva che è quella degli innovatori, dei veri riformisti, dei radicali nella voglia di cambiamento. Certo, i soliti partiti mostrano ancora di suscitare appartenenza e i loro candidati reggono ma questo voto dimostra che c’è un’area concreta che attrae». 

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LA NUOVA ZONA

Chiamarla centro? Sì. Definirla area moderata? Questo, no. Non c’è nulla di moderatismo in Calenda. Il suo “tesoretto” vale comunque come punto di partenza - così si ragiona calendianamente - «per un progetto politico che scomponga gli attuali schieramenti di centrodestra e centrosinistra e diventi attrattivo per chi, elettori e pezzi di classe dirigente, si sente imbrigliato in queste casematte». L’area Calenda ha preso voti sia di qua sia di là, con lui che ha cominciato la campagna elettorale un anno fa guardando ai voti di sinistra ma da settembre ha molto virato su temi come decoro, degrado, legalità, edifici occupati, che sono più nel Dna dei moderati e guarda caso gli è arrivato l’endorsement di Giancarlo Giorgetti.

E adesso, assicura Calenda, «lo spariglio continua come prima e più di prima». Sul lato sinistro, lo spariglio «riformista e pragmatico» significa che il leader di Azione e il suo partito, superato il test Roma che poteva essere letale, vuole e può essere attrattivo da qui alle elezioni politiche del 2023 nei confronti di tutti quegli elettori del Pd - e non sono pochi e a cui si aggiungono pezzi importanti del partito dem, non solo quelli di Base Riformista, ex renziani - che vivono male il matrimonio obbligato, e reso più forte dall’esito in rossogiallo di queste elezioni in varie città da Napoli a Bologna fino alla Siena dove ha vinto Letta, con i 5Stelle guidati da Conte e sempre più indistinguibili dalla sinistra modello Nazareno.

 

«Dare una chance riformista a chi non vuole assecondare l’asse Pd-M5S», questo il ragionamento. Ma il gioco di Calenda sarà a tutto campo. Lui ci tiene a sottolineare che comunque i voti che ha preso sono quelli per una lista civica e che Azione è un’altra cosa. Ma «la prospettiva riformista che si apre adesso è anche a livello nazionale». E in effetti così è: «Quello raccolto da Calenda a Roma - conferma il sondaggista Antonio Noto - è l’opposto del voto di protesta. E’ un punto di partenza per costruire altri scenari nazionali». 

Quanto agli apparentamenti per il secondo turno a Roma, Calenda assicura: «Non ne faremo. E neppure stipuleremo patti di alleanza. Perché siamo fedeli ai nostri elettori che provengono da destra, sinistra e centro». Ma il “tesoretto” calendiano che si avvicina al 20 per cento (bisognerà vedere con precisione però a spoglio concluso) può fungere da ago della bilancia. Anche considerando che i voti presi dalla Raggi difficilmente convergeranno su Gualtieri, o almeno non in maniera massiccia, visti gli umori anti-dem che animano buona parte di quel tipo di elettorato almeno a Roma. 

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«Quanto alle indicazioni di voto sulle persone, poi le deciderò ma senza pretendere contropartite», precisa l’ex ministro. E molti intendono queste parole come l’inizio di una interlocuzione con Gualtieri. Ma a patto che i 5 Stelle non appoggino Gualtieri: nessuna compromissione con il grillismo è il mantra di Calenda. La fase due deve ancora cominciare. E Calenda non è il tipo, come s’è visto, che ha complessi di inferiorità verso chicchessia. E sa come far ballare il Pd, partito che ben conosce per esserne stato candidato al Parlamento Europeo e con il quale pensava di poter arrivare a una candidatura comune (la propria) per il Campidoglio. Nel quale adesso non andrà come consigliere comunale: «Come ho sempre detto, se fossi stato eletto sindaco avrei fatto il sindaco; non essendo stato eletto sindaco, rimarrò in Europarlamento», così ha annunciato ieri sera in conferenza stampa nel comitato elettorale di Viale Trastevere.

LA PROSPETTIVA

Quel che è certo è che l’outsider Calenda, quello che ha cominciato oltre un anno fa la sua campagna elettorale e l’ha condotta sulla base di un programma fitto e concreto girando ogni angolo della Capitale, ha ottenuto ciò che voleva: rubare una porzione di scena politica italiana, e piazzarsi al centro come uno con cui - lo ha dimostrato anche l’endorsement di Giorgetti, per non dire di tutti gli esponenti dem che riservatamente dicevano agli amici: «Non lo dire a nessuno ma voterò Calenda» - bisogna fare i conti. 
 

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