Suicida nel suo bar a Roma. «Venerdì avrebbe dovuto aprire, si è tolto la vita per i tanti debiti»

Via Tiburtina, suicida nel suo bar. «Venerdì avrebbe dovuto aprire, si è tolto la vita per i tanti debiti»
di Flaminia Savelli
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Domenica 9 Maggio 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 10 Maggio, 10:35

«Lo vedevo arrivare tutte le mattine, alzare la serrande e mettere in ordine il locale. Sempre gentile anche se molto riservato» ricorda Rosa Maria Liberati che vive al civico 532 di via Tiburtina. La palazzina adiacente al locale di Antonio Bressi, 53enne romano che venerdì pomeriggio si è impiccato nel sottoscala del bar che aveva acquistato due mesi prima dello scoppio della pandemia. Ma che non era mai riuscito ad aprire. Eppure per Antonio e la sua famiglia, quello doveva rappresentare il futuro. Invece si è trasformato in un incubo da cui non riusciva più a uscire. E quell’attività, che avrebbe dovuto garantire una sicurezza economica è diventata un buco nero dove sono finiti tutti i suoi risparmi. Prima per i lavori di ristrutturazione - circa 30mila euro - e poi per l’affitto del locale che Bressi ha continuato a pagare, puntualmente. Anche se l’attività non è mai partita.

Così i conti sono lievitati in una manciata di mesi e Antonio è rimasto solo. Ma fino all’ultimo sperava di farcela ecco perché aveva programmato l’inaugurazione proprio per venerdì. «Lo avevo capito che qualcosa non andava, che c’era stato un altro problema. Ma non eravamo in confidenza, non sapevo come aiutarlo» commenta ora amareggiato Pasquale, titolare della tabaccheria a pochi metri dal “Torrefazione coffe e food”, il bar di Antonio. Che non aveva ancora cambiato neanche l’insegna dei precedenti titolari: «Aspettava di aprire, mancava solo quello - dice ancora Pasquale – dentro invece era tutto pronto. Aveva fatto un bellissimo lavoro». 

Dopo i rinvii imposti dalle norme sanitarie, l’ultimo ostacolo che ha impedito a Bressi di realizzare il suo sogno è arrivato con un controllo della Asl. Secondo i periti i locali degli spogliatoi non erano a norma: l’ultima goccia per l’uomo. Anche se dietro potrebbe esserci dell’altro. Infatti i poliziotti del distretto Sant’Ippolito hanno sequestrato tutto ciò che hanno trovato. Il cellulare, il pc e anche l’Ipad di Bressi. «Ho visto mentre portavano via tutto, forse i poliziotti cercano un suo messaggio d’addio» ipotizza Francesca, titolare di una farmacia a pochi metri dall’attività di Bressi. In realtà le indagini viaggiano sul binario dell’istigazione al suicidio. 

L’intero quartiere ora è sotto choc. Con i commercianti di via Tiburtina che lanciano l’ennesimo grido d’allarme: «Ci sentiamo abbandonati da tutti. Dalle istituzioni, dallo stato. Antonio si è ucciso perché l’hanno lasciato da solo. Chissà quante porte ha visto chiudersi prima di decidere di uccidersi» denuncia Fabrizio Montanini, presidente del Comitato Beltramelli-Meda-Portonaccio. Anche lui commerciante: «Stiamo attraversando una crisi senza precedenti e non abbiamo avuto alcun aiuto. Stiamo andando avanti con i nostri risparmi - dice - ma anche quelli stanno finendo. Non abbiamo più margini». Intanto ieri mattina sono stati lasciati dei fiori all’ingresso del bar di Antonio: «È stata una signora del quartiere, una nostra cliente» racconta Elisabetta, titolare dell’attività accanto a quella di Antonio: «Era molto colpita, come noi, da questa tragedia. Antonio - aggiunge Elisabetta - era davvero molto riservato. Lo vedevo tutti i giorni che trafficava davanti al locale. Ogni giorno che passava però era sempre più spento. Parlando con gli altri commercianti avevamo anche pensato di trovare una soluzione, come cedere l’attività rivenderla insomma. Ma non eravamo in confidenza e poi la situazione è precipitata. Il locale non è mai stato aperto ma non lo dimenticheremo mai».

flaminia.savelli@ilmessaggero.it

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