Milano, palco senza attori: le saracinesche restano giù

Milano, palco senza attori: le saracinesche restano giù
di Claudia Guasco
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Martedì 19 Maggio 2020, 00:33 - Ultimo aggiornamento: 10:53

MILANO L’unica parvenza di coda, alle undici di mattina, è per il caffè e le brioche da asporto di Cracco. Galleria Vittorio Emanuele, il salotto della città, è tirata a lucido, l’atmosfera è sospesa e gli animi divisi: c’è chi ha deciso che non è ancora tempo di ripartire e tiene le saracinesche abbassate, come gli storici ristoranti Savini e Biffi, chi attende i clienti davanti alla soglia come Roberto Scapecchi, titolare della pelletteria Mejana. «Ho due dipendenti in cassa integrazione, le speranze al momento sono al minimo», scuote la testa.

DISINFETTANTE E TERMOMETRO
Milano e la Lombardia, nel primo giorno della Fase 2, sembrano un palco senza attori. Sono aperti i bar del centro e dei quartieri finanziari, «ma con lo smart working la gente non è tornata in ufficio, quindi pochi caffè e pause pranzo», spiega Dario del bar “Goga” di via Dante.

Hanno riacceso le luci i negozi di abbigliamento, «però non ci sono turisti e i milanesi non hanno tanta voglia di comprare», riflette il proprietario di Cadè, camicie e cravatte in Galleria. Persino l’edicola di piazza Duomo è sprangata: «Aprire non conviene, tanto da qui non passa più nessuno», spiega il gestore. Un sondaggio realizzato da Confcommercio dice che soltanto il 45% di bar e ristoranti e il 10% degli alberghi è tornato in attività ieri, invece per vestiti, profumi e designi si arriva al 97%. «Chi può lavora, con settanta giorni di chiusura siamo pieni di merce. Io ho 25 dipendenti e ho anticipato la cig di tasca mia», afferma Gabriel Meghnagi, presidente della rete associativa vie di Milano.

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Così ci si attrezza, con guanti e disinfettante all’ingresso. Sulla soglia di Gucci un addetto con occhiali protettivi misura la temperatura, alla Rinascente gli abiti provati e non acquistati «vanno in quarantena» per essere sanificati, da Luisa Spagnoli si usa la vaporella. In questomomento però sono solo due le tipologie sold out: ciclisti e parrucchieri. Il governatore lombardo Attilio Fontana racconta di non aver trovato posto dal suo barbiere, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori scatta una foto mentre si taglia i capelli. Ma bacchetta gli assembramenti: «Non sono bastati centinaia morti nella nostra città?». Riapre il cimitero e già all’alba i bergamaschi si sono messi in fila per pregare i loro caduti. Celebrata anche la prima messa nella chiesa, con i posti limitati a settanta fedeli. È da qui che per giorni sono partite le colonne di camion militari con le bare che non si riuscivano più a seppellire. Ora Bergamo vuole sollevarsi dalle spalle quella cappa di dolore e lo fa forse con troppo entusiasmo, stando alle immagini della Corsarola, l’equivalente dei Navigli milanesi.

«Stiamo attenti o si richiude», ammonisce il sindaco. Anche a Brescia l’inaugurazione di un ponte pedonale sfugge di mano, con decine di persone ammassate in barba al distanziamento sociale. Decisamente temerario per una città che tra febbraio e aprile ha visto crescere il numero dei morti del 197%. «Il trauma per quanto abbiamo vissuto è enorme e non passa ma ripartiamo», dice un barista del centro. «Avevo 40 posti a sedere e ora con le nuove norme ne ho solamente 13. Per ricominciare ho già speso 5.000 euro. Ora aspetto gli aiuti promessi».

Tra incertezze normative, divisori in plexiglass e pochi clienti c’è chi preferisce restare chiuso, come Nobu e Oldani. E chi invece, dopo settimane di asporto, serve la prima colazione al tavolo: «Un’emozione. Negli occhi di quella signora anziana ho visto la gioia del ricordo che tornava realtà. Bellissimo», racconta lo chef Filippo La Mantia. «Dobbiamo rimboccarci le maniche, il nostro lavoro fa bene alla gente. Ho dovuto eliminare il mio buffet e dimezzare i coperti, proviamo la febbre ai clienti. Devo capire se riuscirò a mantenere questo posto: è come avere una Ferrari senza sapere se ci saranno soldi per la benzina. Ora preferirei una Smart. Ma dal chiringuito allo stellato, siamo tutti sulla stessa linea».

PROTESTE
Il dopo Covid in Lombardia è un cappuccino al bar e la coda alle sette del mattino per entrare a Milano «come non si vedeva da mesi», rileva la polizia locale. Sugli autobus qualche episodio di sovraffollamento alle sei di mattina, in metropolitana è scattato il blocco dei tornelli alle sette e mezza per il notevole afflusso di passeggeri. Ma la situazione nel complesso è stata «fluida», rileva l’Atm, con il 20% dei viaggiatori rispetto all’era per virus. Molti lavorano ancora da casa, altri invece non lavorano proprio. La tensione sociale vibra in sottofondo e spesso esplode, come ieri davanti a palazzo Marino con la protesta degli ambulanti: «Basta, non ce la facciamo più. Siamo alla fame, abbiamo figli a cui dobbiamo dare da mangiare». 

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