L’invito di Marcello, il Dogman: «Canaro, vieni a vedere il film»

Martedì 22 Maggio 2018 di Simone Canettieri

ROMA «Ammoree», urla dal finestrino della sua Seicento rossa. E tira fuori un sorriso irregolare e contagioso. Dopo l’interruzione di Cannes, il film di Marcellino Fonte può riprendere. Secondo tempo. Qui a San Lorenzo, quartiere universitario di Roma che mostra ancora qua e là i buchi dei bombardamenti, lo aspettano tutti. Gli amici del bar dei Sanniti (dove sabato ha ricevuto la chiamata: «ahò, hai vinto prendi subito un aereo e rivieni su») e soprattutto la sua famiglia adottiva. I ragazzi del cinema Palazzo, un teatro del Novecento occupato nel 2011, per sottrarlo a un centro scommesse (reato per cui ci sono 12 persone a processo). 

Dismesso lo smoking di Armani, dentro a cui sguazzava un po’, Marcellino si tiene stretto il cofanetto con dentro la Palma. Indossa una felpa nera. «Dogman», c’è scritto sulle spalle. «Il vero Canaro della Magliana? Dovrebbe andare a vedere il film - dice l’attore una volta entrato nella sua tana dove ha fatto di tutto, compreso il custode addetto alle compagnie teatrali - io un po’ lo difendo e lo umanizzo. Sarà un peccato se non andrà a vederlo». La ragazza che lo segue come ufficio stampa, si irrigidisce. Questa è una nota dolente, dolorosa e polemica. Si torna indietro fino agli anni ‘80, a Pietro De Negri, il vero dogman, il killer spietato del pugile Giancarlo Ricci. Il regista Matteo Garrone ha spiegato in tutti i modi che il film non è ambientato in quegli anni e non è stato girato a Roma. La madre della vittima ne ha chiesto lo stop.

Marcellino, rapido, si riprende. E racconta che il suo è «un personaggio cristologico perché si prende le colpe di tutti, la storia è stata stravolta, è un film tenero, agrodolce». Insomma, meglio non ficcarsi nel tunnel della torbida cronaca nera. A che serve, poi, adesso che tutti lo fermano, lo acclamano e lo vedono come simbolo di uno che ce l’ha fatta senza aiuti e amici potenti?

GLI INIZI
Il primo tempo di questo quarantenne calabrese - corto e vivace che da quasi venti anni vive a Roma - ormai è noto. La pioggia sulle baracche che da bambino «trasformava in applausi immaginari», le mille comparsate e il cammeo in Gangs of New York di «Scozzese» come lo chiamava, il film scritto con Paolo Tripodi (L’Asino vola), il romanzo autobiografico che forse uscirà a breve (Storia di una comparsa protagonista). «Domani (oggi-ndr) sarò in scena a Monterotondo con la compagnia degli ex detenuti di Rebibbia: speriamo che mi ricordi la parte». E tira fuori un altro sorriso che disarma. Ma come la Palma, il sogno dell’Oscar, i nuovi film all’orizzonte? «Io rimango con i piedi per terra: fare l’attore è come servire ai tavoli, mi sento come quando facevo il cameriere».

IL SECONDO TEMPO
Quando parla di Garrone, Marcellino spalanca gli occhi: «Un artigiano di questo mestiere, un grande: sul set diceva che ero il suo piccolo Maradona». E ride. Il sindaco della sua Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, lo ha subito cercato. «Virginia Raggi no, ma non importa: bisogna spingere il film al Sud per non parlare più di malavita». Poi si fa serio e dice che non parla di politica perché «io faccio politica a modo mio: condividendo». 
La sua cameretta è ancora nel cinema Palazzo. Gli dicono di riposare, ma lui non ne vuol sentire. Lo cercano dalla scuola di recitazione Silvio D’Amico, «che a suo tempo, però, mi respinse», dice senza una punta di revanchismo. Lo vogliono tutti. «Ora devo aiutare mia mamma giù in Calabria questa è la priorità». Chi è andato a vedere al cinema Dogman rimane sbigottito: sembra appunto che il film continui. «Ecco, mi piacerebbe trovare una fidanzata: la ragazza con cui stavo si è fatta suora, ne ho conosciuta un’altra a Cannes alle tre di notte, pensavo che fosse fatta, invece lei si è messa a pregare». Marcellino ride. «Andiamoci a bere una cosetta». E si richiude la porta del Cinema Palazzo, che per la prima volta si affaccia sul futuro. Quale? «Non importa: basta vivere».

Ultimo aggiornamento: 10:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA