Garrone stupisce Cannes con Dogman. Ma non c’è il red carpet nel garage dove vive il fantasma del pugile

Giovedì 17 Maggio 2018 di Simone Canettieri

Un red carpet qui è difficile anche immaginarselo. Soprattutto nel buio di questa rampa che passa sotto al palazzo. Da poco è passata l’ora di pranzo. C’è un uomo che lavora avvolto nel silenzio. Si gira di scatto scosso dal rumore dei passi. «Film? Quale film? Il Canaro non c’è, non c’è più». Pietro De Negri ha ancora i capelli corvini, nonostante i 62 anni. La postura non è più spavalda. Non vuole parlare di un’altra vita «per la quale ha pagato», come ripete sempre la moglie tutte volte che la cronaca bussa a questo angolo dimenticato di periferia. Figuriamoci se ci si mettono pure i film.

CONTROLLO
Jeans, camicia scozzese a mezze maniche. In mano ha un trapano. Sta nel suo garage - «dove passa gran parte del tempo», raccontano i conoscenti - ad armeggiare con una moto rossa. Il suo suv nero è parcheggiato davanti alla porta a scorrimento di questa che sembra essere la sua tana, niente a che vedere con il negozio “Toletta per cani” della Magliana. Ci sono gli attrezzi da meccanico e due specchi. In fondo a questo parallelepipedo spunta un soppalco con lo schermo di un computer. È acceso e dal monitor proietta una serie di immagini: sembrano telecamere a circuito chiuso che riprendono vari scorci della zona. Sicurezza? Paranoia? 
Il Canaro fa finta di non essere il Canaro. O almeno ci prova. E forse è anche giusto così. Il naso pronunciato riaffiora dalle cronache di un tempo. I denti rovinati raccontano di altre follie. Quartaccio, periferia Ovest della Capitale poco distante da Primavalle, passata alla storia per un altro fattaccio: il rogo dei fratelli Mattei. 

Qui una volta c’era l’università romana del crimine, approdo per i tanti diplomati in povertà. Adesso è il luogo ideale per non esistere troppo. E per mimetizzarsi. Nel taccuino finiscono queste dichiarazioni: «Viene a comprare il pane, la mattina: è gentile e normale». «Certo, lo conosciamo anche noi della tabaccheria». È rispettato e ancora giustificato con un’aurea di mitologia un po’ noir: «Quel pugile lo costrinse a reagire, poraccio», spiega un altro conoscente seduto al Gi.lo bar. Tutti si qualificano così. Non si trova uno che dica: sono suo amico. Ma nemmeno nessuno che voglia parlarne male per sfregio.

«Qui ci facciamo tutti i fatti nostri ed è già dura così». La figlia, che all’epoca dell’arresto aveva 5 anni, adesso ha aperto un negozio di abbigliamento. Ma è rimasta a vivere vicino ai genitori, con marito e figli. Lui, Pietro, ormai nonno, è animato da un solo desiderio: essere dimenticato. I presupposti ci sono. Solo tre linee di autobus battono questo quadrante, quando capita. Una lingua di asfalto lunga un chilometro puntellata di alberi. A destra e sinistra una muraglia di case popolari, di un giallo sbiadito con gli infissi rossi e bianchi. Inferriate alle finestre, dietro a cui abbaiano i cani. Le palazzine di destra sono alte due piani, quella a sinistra tre. Per strada cassonetti traboccanti di rifiuti, un vecchio mercato generale chiuso e occupato: ora una sorta di robivecchi. «Certo, che lo conosciamo: è uno tranquillo». 

LA ZONA
Gli anziani ondeggiano sui marciapiedi disconnessi, qualche passante chiede sigarette in giro. Rapidi rientrano a casa i lavoratori che vengono qui a pranzo e a cena e per dormire. Senza farsi domande. Come lui. L’ex killer che adesso, dopo un lavoro da portantino per un commercialista, passa le sue giornate nel garage. E poi con la famiglia. Il suo scudo. Di tanto in tanto passano bambini rom che spingono nel passeggino altri bimbi. Pietro, per tutti e per sempre il Canaro, abita qui: via Andersen. Bizzarre la vita e la toponomastica: di fiabesco qui intorno c’è zero. Soprattutto nella storia del suo illustre residente-fantasma. «Aveva un cane all’inizio, ma ora non c’è più», racconta un vicino con l’aria di chi vorrebbe dare un indizio o una suggestione. Il suo cognome è scritto nel campanello di sotto con il pennarello. Risponde la moglie ma sta parlando con un’altra donna: «In questi giorni non ci lasciano in pace». Nemmeno ascolta la domanda. E ributta giù. Di sotto, nel buio dei garage, la porta è stata chiusa, il Suv è dentro. De Negri ha usato una porta interna. Passerà, pure questa, sta pensando «il Canaro che non c’è più».
 

Ultimo aggiornamento: 08:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA