ROMA

Manuel Bortuzzo, i due arrestati dopo gli spari ridevano: «Ci prendiamo tutta la piazza»

Venerdì 8 Febbraio 2019 di Michela Allegri e Alessia Marani

«Se pijamo la piazza, è nostra», spregiudicati e fuori di testa, ridono e urlano, mentre sfrecciano via a bordo di un Sh subito dopo avere sparato contro Manuel Bortuzzo che si accascia davanti al distributore dei tabacchi all'angolo di piazza Eschilo, all'Axa. Lorenzo Marinelli, che era seduto dietro lo scooter, ha premuto il grilletto tre volte, mentre Daniel Bazzano, detto Piddu, guidava. Credono di avere dato una lezione ai rivali con cui, poco prima, avevano ingaggiato la rissa scoppiata all'O'Connel Irish pub.
 


All'appuntamento si erano presentati con le dovute cautele, nascondendo il revolver «in una buca nel terreno nel luogo dove avevano parcheggiato il motorino», sostiene Marinelli, come scrivono il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e la pm Elena Neri nel decreto di fermo. Ed emerge anche altro: una rete criminale li avrebbe coperti nella latitanza. Per la Procura devono restare in carcere, «non può escludersi che, se liberi, si sottrarrebbero di nuovo al proprio rintraccio, non avendo riferito nulla in ordine al luogo della loro permanenza nei giorni successivi al delitto, il che porta a ritenere che siano in contatto con ambienti criminosi in grado di offrire loro protezione».

LA LATITANZA
Dove erano finiti prima di costituirsi? Non troppo lontano stando alle indagini. Ospitati la prima notte a casa di un pregiudicato ad Acilia, non lontano da dove alle 5 del mattino, era stato dato alle fiamme lo scooter. Poi avrebbero bussato alle porte di un'altra vecchia conoscenza, offrendo denaro. Braccati dai poliziotti di Ostia e della Mobile. Un mondo criminale sul quale la Procura sta stringendo il cerchio: i complici che hanno aiutato gli indagati rischiano l'accusa di favoreggiamento. L'inchiesta punta anche a scoprire chi abbia fornito ai ragazzi l'arma, su cui sono in corso perizie: Marinelli ha raccontato - non creduto dal pm - di averla trovata per caso un paio di mesi fa. «Mi sono recato di nuovo al pub perché volevo andare a menare qualcuno», ha detto Marinelli alla Polizia. Un'informativa darebbe la presenza dei figli del boss dei Casalesi, trapiantato ad Acilia, Mario Iovine, al pub proprio quella sera. Circostante nella lente degli investigatori. «Non conosco il ragazzo che è stato colpito. È stato un errore, non so chi volevo colpire. Vado in carcere perché è giusto che Manuel abbia giustizia», ha detto ancora Marinelli. Per gli inquirenti, poco importa che i due si siano presentati spontaneamente in Questura e si siano scusati: sapevano che gli agenti della Mobile li avevano identificati e rintracciati. «La presentazione spontanea appare dovuta all'intenzione di alleggerire la pressione nella zona dove si è verificato il delitto, ad alta densità malavitosa, esercitata dalla massiccia presenza delle forze dell'ordine», è scritto ancora nel decreto. Gli indagati, inoltre, hanno reso una confessione solo parziale, «hanno cercato di limitare le proprie responsabilità». Sono accusati di tentato omicidio, con l'aggravante di avere agito per motivi «futili e abbietti». Volevano vendicarsi, con violenza. Con un'azione che, per la Procura, era premeditata. Tanto che Marinelli - che ha ammesso gli addebiti, pur fornendo dichiarazioni contraddittorie - ha raccontato «di avere nascosto la pistola in una buca nel luogo dove avevano parcheggiato il motorino» e che, dopo la rissa, sarebbe andato a prenderla. Circostanza che confermerebbe la tesi di un regolamento di conti. Bazzano sostiene invece di non avere mai saputo dell'esistenza dell'arma: «Gli ho detto: Ma cosa hai combinato? - ha raccontato - mi ha risposto: Ora portami a casa da mio figlio». Circostanza confermata da Marinelli, ma definita «inverosimile» dai pm: «Verosimile è invece che Bazzano avesse consapevolezza di essere ritornato sul luogo per punire coloro che avevano picchiato l'amico e che tale comportamento possa giustificarsi solo essendo certo della possibilità di utilizzare l'arma».

LA TESTIMONE
È stata la testimonianza di una ragazza che si è presentata spontaneamente al commissariato Lido a dare la svolta alle indagini. Ha raccontato che quella notte «aveva sentito i colpi di pistola». Poi, aveva visto un motorino fuggire «a forte velocità, incurante dell'incrocio pericoloso, con a bordo due ragazzi che urlavano e ridevano». Lo scooter procedeva «con modalità spericolate, passando talmente vicino alla sua macchina da obbligare l'amica che era con lei a lanciarsi all'interno per non essere investita». Ha anche fornito un parziale identikit degli indagati: «Uno più piazzato, era senza casco e aveva il doppio taglio ai capelli. L'altro indossava un giubbotto rosso».

Ultimo aggiornamento: 9 Febbraio, 13:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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