Inflazione al galoppo: prezzi in salita, salari in affanno almeno fino a metà 2022

Inflazione al galoppo: prezzi in salita, salari in affanno almeno fino a metà 2022
di Luca Cifoni
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Venerdì 24 Dicembre 2021, 10:00 - Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 09:13

A farsi vivi per battere cassa, in novembre, erano stati proprio i dipendenti della Banca centrale europea.

Mentre la presidente Christine Lagarde e gli altri membri del board continuavano a ripetere che lo scatto dell’inflazione in Europa sarebbe stato temporaneo, destinato a rientrare, il sindacato che rappresenta i lavoratori dell’Eurotower aveva fatto sapere al vertice che il proposto aumento retributivo dell’1,3% non sarebbe stato sufficiente a proteggere gli stipendi dalla dinamica dei prezzi. Un’osservazione difficilmente contestabile sul piano delle cifre, visto che a novembre in Germania la variazione annua dell’indice dei prezzi al consumo ha toccato il 6%. La richiesta dei rappresentanti dei lavoratori è di un incremento pari almeno al 5%. Come già avvenuto negli Stati Uniti, anche la Bce potrebbe aggiustare la propria posizione. Al momento però la linea ufficiale è stata ribadita nella riunione di metà dicembre: l’inflazione potrà essere alta nell’immediata ma è poi destinata ad attenuarsi. Il numero uno della Federal Reserve, Jerome Powell, ha invece già ammesso di non ritenere più transitoria la fase in corso e d’altra parte il balzo del 6,8% registrato a novembre, sempre in termini annuali, ha una forte valenza simbolica essendo il valore più alto dal 1982. La domanda che tutti si fanno è sempre la stessa: quanto potranno durare le circostanze, in parte eccezionali, che nel 2021 hanno spinto verso l’alto i prezzi dell’energia, ma anche quelli di altre materie prime e di componenti decisivi come i microchip? La sensazione che questi fattori non svaniranno troppo presto è ormai diffusa e condivisa. Il punto allora è da una parte cercare di stimare la durata del fenomeno, dall’altra valutare gli effetti sulla fiducia e sulle aspettative. Che sono fondamentali, perché le convinzioni di famiglie e imprese circa la futura evoluzione dei prezzi finiscono inevitabilmente per condizionarne l’andamento reale. È molto difficile comunque che si possa assistere a una qualche inversione di marcia prima della metà del prossimo anno.

I FATTORI

 Un elemento decisivo per valutare l’effettiva portata dei rialzi in corso – su entrambe le sponde dell’Oceano – sarà proprio l’eventuale trasmissione delle spinte inflattive dai prezzi ai salari. Si tratta di capire insomma se c’è il rischio che torni a materializzarsi quella rincorsa che ha caratterizzato gli anni Settanta e – soprattutto nel nostro Paese – anche la prima metà del decennio successivo, almeno fino a quando non si sono fatti sentire gli effetti del famoso e contestato accordo di San Valentino sul meccanismo di “scala mobile”: i lavoratori chiedono retribuzioni più elevate per fronteggiare l’inflazione e gli aumenti salariali spingono a loro volta i prezzi, in un contesto in cui le imprese scaricano sui consumatori il maggiore costo del lavoro. Secondo la Banca centrale europea non ci sono indizi che le cose stiano così. In particolare – come ha ribadito anche Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo, in un suo recente intervento – gli incrementi retributivi potrebbero concretizzarsi solo se l’economia crescesse al di sopra del suo potenziale, il che per ora non sta accadendo nonostante la forte ripresa in atto. Se invece si andasse in questa direzione, allora Francoforte avrebbe buone ragioni per pensare a una stretta monetaria.

GLI INTERVENTI

 Anche i governi, tra cui quello italiano, sono finora intervenuti per compensare i consumatori travolti dal caro bollette con misure specifiche, evitando quindi di trattare la fiammata in corso come un fenomeno generalizzato, esteso a tutta l’economia. Il problema di un qualche recupero degli stipendi si porrà comunque nel corso dell’anno. Proprio all’inizio di dicembre l’Istat ha realizzato un approfondimento sul tema. In Italia i possibili incrementi passano in larga parte per i rinnovi contrattuali, visto che la retribuzione complessiva dipende per quasi tre quarti proprio dal contratto nazionale di lavoro. Quindi i lavoratori che hanno un contratto in corso si dovranno accontentare degli aumenti già fissati in precedenza, in buona sostanza prima che si manifestasse l’attuale fase di inflazione: le previsioni di variazione dell’indice usate come base per i rinnovi e relative al 2022 erano intorno all’1%. Per questa finalità viene tra l’altro usato un tasso di inflazione specifico, quello espresso dall’indice armonizzato europeo (Ipca) depurato della componente energetica importata: scelta fatta a suo tempo proprio per evitare che shock temporanei sui prezzi di petrolio e gas influissero eccessivamente sui contratti. Nel comparto industriale – nota sempre l’istituto di statistica – la quota di dipendenti con contratto in vigore resta vicina all’80% per tutti i mesi del 2022. Nel settore dei servizi privati invece la percentuale si aggira sul 30% e dunque ci saranno più possibilità di agganciare un aumento più significativo. Lo spartiacque è quello del prossimo mese di giugno, quando sarà formulata la nuova previsione di Ipca che verosimilmente sarà più alta proprio in conseguenza di quanto avvenuto negli ultimi mesi: i contratti rinnovati dopo avrebbero più margini per incrementi. L’altro canale attraverso il quale potrebbero passare maggiorazioni retributive è l’eventuale applicazione del meccanismo di recupero dello scarto tra previsione dell’Ipca e sua effettiva realizzazione: nel caso del contratto nazionale dei metalmeccanici coinvolgerebbe circa 2 milioni di lavoratori. Invece per quanto riguarda i dipendenti pubblici, che però hanno avuto le retribuzioni congelate per molti anni prima che la contrattazione ripartisse nel 2016, l’attuale tornata di rinnovi (che si riferisce retroattivamente al triennio 2019-2021) dovrebbe portare ad aumenti del 4%. Se da qui alla fine del prossimo anno – conclude l’Istat – non dovesse essere concluso nessun rinnovo contrattuale e se non scattasse nemmeno il meccanismo di recupero dell’Ipca sottostimata, allora la crescita media delle retribuzioni contrattuali si fermerebbe allo 0,6%.

LO SCENARIO

Riassumendo: nel corso del 2022 i lavoratori dipendenti italiani faranno probabilmente fatica a tenere il passo dei probabili rincari. Per i pensionati invece l’adeguamento che scatterà dal primo gennaio è stato definito in misura dell’1,7% sulla base del tasso rilevato (provvisoriamente) quest’anno, mentre l’andamento del 2022 influirà sulla rivalutazione dell’anno successivo. Ecco quindi che per questa platea un aumento generalizzato dei prezzi si tradurrebbe in una perdita di potere d’acquisto, con conseguente probabile contrazione dei consumi che a sua volta inciderà negativamente sull’intensità della ripresa economica. Il tema si pone in tutto il mondo. In vari Paesi europei i sindacati di diversi settori hanno iniziato a sollecitare aumenti significativi. Negli Stati Uniti la dinamica salariale è stata finora relativamente migliore rispetto al Vecchio Continente; e soprattutto sono vistose le difficoltà delle imprese nel trovare personale. Uno scenario che in circostanze normali sarebbe ideale per l’avvio di una spirale retribuzioni-prezzi: al momento però non se ne vedono segnali evidenti. Anche per la Fed, come per la Bce, sarà questo il fenomeno da sorvegliare con più attenzione nel 2022.

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