Bruno Cucinelli: «Si torna in boutique e solo stoffe green»

Bruno Cucinelli: «Si torna in boutique e solo stoffe green»
di Giusy Franzese
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Venerdì 24 Dicembre 2021, 10:00 - Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 09:21

È sempre stato un imprenditore fuori dagli schemi che vedono i capitani d’industria interessati soltanto al successo della loro impresa.

Brunello Cucinelli ha raggiunto questo traguardo – l’omonima azienda è una delle eccellenze della moda italiana riconosciuta in tutto il mondo – senza dimenticare le origini che lo legano a filo doppio alla sua terra, il borgo di Solomeo in Umbria da lui in parte restaurato, e si è sempre speso per il benessere dei suoi oltre duemila dipendenti. Anzi, nel tempo ha affinato le sue convinzioni sul “profitto giusto ed equilibrato”, su quello che lui chiama il “capitalismo umanistico”. Teorie ed idee che l’imprenditore – su invito del premier Draghi – ha esposto anche in un intervento al G20.

Cucinelli, la ripresa post Covid sta toccando tutti i settori, compreso quello della moda e del lusso. Nell’ultimo cda lei ha parlato di un 2021 «bellissimo», con una crescita del fatturato vicina al 30%, un completo recupero delle perdite del 2020 e prospettive più che positive per il 2022. Al di là dei risultati del suo gruppo, secondo lei il Covid, dal punto di vista dell’impatto economico, è ormai alle spalle? O è bene continuare a tenere la guardia alta?

«Ho molta fiducia nel futuro del sistema Italia. Negli ultimi due mesi, come azienda quotata, ho incontrato diversi investitori stranieri, in Inghilterra, a Milano, in America. E ho potuto constatare, con orgoglio, che la nostra Italia è tornata ad essere credibile nel mondo. E questo mi sembra un passo da gigante che sicuramente aiuterà l’industria manifatturiera del Paese».

Merito dell’autorevolezza e del prestigio internazionale del presidente Draghi?

«Certamente essere guidati da due condottieri della levatura del presidente Sergio Mattarella e del premier Mario Draghi è stato determinante. Ma io direi comunque che è merito di tutti gli italiani che hanno dimostrato, ancora una volta, che di fronte alle emergenze sanno reagire nel modo migliore. Lo abbiamo visto con i vaccini. L’Italia è stata senza dubbio la nazione che ha affrontato meglio di tutti la pandemia».

Che però non è ancora finita, tanto che il governo ha prorogato fino a tutto marzo lo stato di emergenza. Non è preoccupato?

«Ho sempre creduto che la pandemia fosse di un impatto devastante dal punto di vista delle perdite umane, ma ho anche sempre pensato che l’impatto economico fosse temporaneo, meno forte dell’altra grande recente crisi, quella del 2008. Il nostro settore ha perso molto, anche se ad altri è andata peggio, penso ai trasporti e al turismo. Governi e banche hanno messo a disposizione tantissimi mezzi. Abbiamo affrontato una grande pestilenza mondiale, credo che siamo nella parte finale. Sono molto fiducioso. Nel frattempo, dal punto di vista sanitario, dobbiamo continuare a stare in guardia. Il nostro centro vaccinale aziendale resta aperto e con le terze dosi si fanno circa 500 vaccini al giorno. Sotto questo profilo per ora rimarrà tutto così».

Sfilate in video e acquisti online hanno caratterizzato durante la pandemia il suo settore: crede che queste modalità continueranno a imporsi, oppure si ritornerà al rapporto “fisico” con il prodotto?

«Lo si vede già: c’è una normalizzazione di tutto ciò che è e-commerce, e grande ritorno all’esperienza fisica. Le persone hanno desiderio di andare nei negozi, toccare i prodotti, farsi consigliare. Qualcosa è però cambiato: le persone sono molto più attente a come, dove e con quali materiali sono fatti i prodotti. È come se ci fosse la voglia di tornare a vivere in armonia con il Creato».

Lei con la sua azienda è molto impegnato sul fronte ambientale. All’ultimo cda ha ricordato la sua partecipazione – su invito di Draghi – al G20 per parlare appunto di “Capitalismo umanistico e umana sostenibilità”. Davvero capitalismo, umanesimo e sostenibilità ambientale possono andare di pari passo?

«Sicuramente. Noi abbiamo capito che possiamo migliorare il mondo e abbiamo necessità di farlo, i nostri figli e i nipoti ce lo chiedono. Dobbiamo tornare a investire in tutto quello che è sostenibilità morale, culturale, verso il Creato. Dobbiamo dare dignità al lavoro: ci sono le giuste ore lavorative, le giuste ore di connessione, i giusti salari, il giusto profitto. Il capitalismo contemporaneo contempla tutto ciò».

Forse sì, quando si parla degli altri. Un po’ meno quando ci tocca direttamente. Pensiamo, ad esempio, alle levate di scudi contro la norma che vieta dal 2035 la vendita di auto con motore termico.

«Marco Aurelio diceva: non tutti possono condividere le leggi del mio impero, spero però siano condivise da più della metà. Noi spesso andiamo a vedere la minoranza. Penso ai vaccini, la stragrande maggioranza degli italiani si è vaccinata. Vuol dire che siamo responsabili».

I giovani sono molto sensibili all’economia circolare, al riciclo, ai temi ambientali. E naturalmente sono anche i più propensi alle innovazioni. Digital e sostenibilità: sono questi i driver del futuro, con le aziende del lusso in prima linea?

«La sostenibilità, l’ambiente, fanno parte di una presa di coscienza collettiva da implementare. Per quanto riguarda il digital abbiamo già raggiunto un livello molto alto».

Durante il Covid c’è stata una sperimentazione di massa dello smart working. Si è visto che si può fare, funziona, in genere è apprezzato dai lavoratori: come è andata nella sua azienda?

«Lo abbiamo fatto, grazie alla tecnologia può essere utile in qualche occasione. Penso però che abbia dei limiti: non c’è distinzione tra vita privata e lavoro, non c’è creatività collettiva, credo che i giovani apprendano un po’ poco. Personalmente ritengo che il contatto faccia la differenza».

Il mercato del lavoro in Italia è sempre stato “imperfetto”, con forti disallineamenti tra domanda e offerta. Tanti disoccupati, soprattutto tra giovani, e tante imprese che non trovano personale. Non è un fenomeno recente. E forse questo è ancora più preoccupante, non trova?

«È anche un problema di retaggi culturali. I lavori manuali sono considerati di serie b, sono pochi i genitori che desiderano per i propri figli un futuro da sarto, da agricoltore, da panettiere. Da qualche anno però vedo un’inversione di tendenza. Anche perché si è capito che per ridare dignità morale bisogna dare anche dignità economica. Nelle mia azienda gli artigiani percepiscono un venti per cento in più degli impiegati. Il tema delle retribuzioni è importante. Per tanto tempo per fare un pizzico di profitto in più si è scavato sui salari. Qualcosa sta cambiando ma dobbiamo fare di più». 

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