Recovery fund, si cominci dalle città dove la crisi è più forte

Mercoledì 16 Settembre 2020 di Gianfranco Viesti
Con il Piano nazionale di ripresa e di resilienza ci giochiamo moltissimo del nostro futuro. Veniamo da un ventennio di crescita stentata e da dieci anni di politiche di austerità che hanno ridotto le nostre potenzialità tagliando investimenti e servizi pubblici, e le spese che più contano: dall’istruzione alla salute all’innovazione e alla ricerca. In particolare per i cittadini più deboli e le aree del Mezzogiorno. Siamo in una situazione di grandissima incertezza, con l’economia che è crollata in primavera; con molte attività economiche, dai viaggi alla cultura, in stallo; con un mercato del lavoro ingessato da tutele indispensabili, ma non prorogabili all’infinito. Ci sono segnali confortanti sull’attività estiva; ma la perdita di posti di lavoro in autunno potrebbe contarsi in centinaia di migliaia, con tutte le conseguenti ricadute sociali. Infine, c’è finalmente un approccio europeo (della Germania) completamente diverso da quello del 2011-12, a cui è indispensabile dare riscontro; mostrare che la strada giusta, anche per risanare i conti pubblici, è quella di investire per favorire la crescita. Ottenendo risultati. Per ricreare la fiducia, nostra e degli altri, nel nostro Paese. Le dimensioni del Piano sono imponenti: 191 miliardi (209 miliardi è la dote complessiva dei fondi messi a disposizione dalla Ue). Se ben spesi possono portare di per sé entro il 2025 a far crescere il Pil di tre punti; generando oltre mezzo milione di posti di lavoro, solo come impatto diretto della spesa. Senza contare che in un’Italia migliore e più efficiente le imprese potrebbero diventare più produttive e competitive. 



Le linee guida

Il 9 settembre il governo ha pubblicato le linee guida, dopo una fase confusa, gravida di pericoli, nella quale aveva sollecitato la trasmissione di progetti da includere: come se il loro affastellarsi potesse generare un’idea di paese verso cui puntare. Sono molto generali, con 7 grandi missioni (digitalizzazione, transizione ecologica, competitività, mobilità, istruzione, equità e salute) e obiettivi specifici. In linea di massima condivisibili, ma non per questo prive di rischi sensibili; su cui occorrerà lavorare con grande attenzione. Proviamo ad indicarne alcuni. Tutto serve, ma se si prova a far tutto contemporaneamente il grande rischio è di impantanarsi; a regime il flusso annuale di investimenti pubblici dovrebbe raddoppiare da circa 40 a circa 80 miliardi l’anno. Parliamo di interventi che nella migliore delle ipotesi partiranno nel 2021, con risorse che dovranno essere impegnate entro il 2023 ed erogate entro il 2026. Sarebbe bene far partire le grandi missioni progressivamente, preparandosi, seguendo priorità; per essere certi che le cose funzionino. Si potrebbe lavorare subito sulle condizioni abilitanti. Gli enti locali giocheranno un ruolo fondamentale, ma sono ormai poverissimi di risorse umane e tecnologiche; è indispensabile rafforzarli il più presto possibile: perché non farlo subito? Gli asili nido saranno decisivi, specie al Sud, anche per favorire l’occupazione femminile: perché non pensare a un piano immediato di riutilizzo di strutture pubbliche per aprirne il maggior numero nel minor tempo? Andrà potenziata l’istruzione universitaria: perché non intervenire già da questo anno accademico, anche per scongiurare una caduta delle immatricolazioni, eliminando le assurde regole che premiano gli atenei se aumentano le tasse e invece riducendole fortemente e investendo sul diritto allo studio per i meno abbienti? Serve potenziare la competitività delle imprese: perché non procedere da subito con la parte, mai realizzata, di Impresa 4.0 relativa alle competenze dei lavoratori e alla promozione delle assunzioni di tecnici e laureati? Vanno potenziati i servizi socio-assistenziali di prossimità, anche a fini sanitari: perché non puntare da subito ad una grande intesa con il Terzo Settore? Interventi così producono risultati immediati; creano fiducia; consentono progetti più ambiziosi. Si tratta di un piano di investimenti fisici, come è giusto che sia. Servono molte opere pubbliche; servono anche grandi opere. Ma per portare risultati strutturali, devono essere fruite: e le politiche di investimento vanno incrociate con il finanziamento dei servizi. Questo deve avvenire in tutto il Paese, sanando al più presto le enormi e crescenti disparità nelle disponibilità di servizi che penalizzano in particolare il Mezzogiorno. Pensiamo ai trasporti. Le reti ad alta velocità, il progetto dell’Alta velocità di rete sono cruciali; ma richiedono tempi assai lunghi. E poi davvero servono tante nuove strade? Perché non potenziare da subito l’effettivo diritto alla mobilità dei cittadini aumentando collegamenti e servizi (ricostituendo i fondi per il trasporto ferroviario regionale e per quello urbano), privilegiando quegli interventi infrastrutturali di sicurezza e velocizzazione delle reti? In tutta Italia, ma partendo dai luoghi e dalle persone per cui i miglioramenti potrebbero essere più forti e immediati, come per i pendolari della Roma-Lido o della Circumvesuviana. È un piano settoriale. Ma l’impatto effettivo degli investimenti per i cittadini e le imprese si verifica solo se essi si incrociano e si completano a vicenda sui territori in cui essi vivono e operano. Nelle linee guida mancano le città: una parte del Paese che si è (con alcune eccezioni) fortemente indebolita nel XXI secolo, ma resta il pezzo decisivo dell’economia italiana del futuro. Ed è molto a rischio: la crisi del commercio e di molti servizi urbani è fortissima, forse più grave di quella dell’industria: può devastare quartieri, accrescere disuguaglianze sociali. Le città potrebbero cambiare molto. Nell’organizzazione dei tempi di vita e della mobilità; nell’inclusione di tutti i cittadini; nella vivibilità delle piazze; nella cultura. In tutta Europa, talvolta anche in Italia (si pensi ad alcuni dei Piani Urbani), ci sono esempi virtuosi, buone pratiche, realizzazioni importanti e relativamente rapide (la tramvia fiorentina). I sindaci sono decisivi: ma non si può solo scommettere sulle loro abilità, assai diverse. Serve una grande politica nazionale per le città che ricucia gli investimenti del Piano di ripresa: a cominciare da Roma. Infine l’equità territoriale non può essere una voce a sé, ma dovrebbe permeare tutte le missioni: per dare migliori opportunità a chi ne ha di meno, e perché una forte crescita del Mezzogiorno fa bene a tutto il Paese. Meglio le linee guida di accrocchi di progetti dai cassetti. Un punto di partenza da discutere senza pregiudizi, con concretezza, provando a recuperare anche le molte proposte disponibili, emerse negli scorsi mesi e dando il più possibile “nomi e indirizzi” ai progetti.  Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 08:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA