Il new deal di Biden comincerà in Europa: fronte comune con gli alleati contro l'avanzata di Cina e Russia

GettyImages
di Flavio Pompetti
6 Minuti di Lettura
Martedì 22 Dicembre 2020, 12:25 - Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 15:28

Riguadagnare il tempo perduto. Agli occhi dell’amministrazione Biden che sta per avvicendarsi al potere, il quadriennio appena passato è stata una deviazione atipica e radicale dalla linea di governo tradizionalmente perseguita dagli Stati Uniti.

Joe Biden cercherà di rimuovere gli ostacoli che lo separano da una ricucitura con la sua precedente esperienza alla guida del Paese, quella del doppio mandato di Obama, ma su questa strada scoprirà forse che la via obbligata che ha di fronte è fatta più di continuità che di divergenze rispetto all’amministrazione Trump. Prendiamo ad esempio il dossier principale sul tavolo della Casa Bianca: il rapporto con la Cina. Il corpo a corpo instaurato da Trump con la guerra dei dazi è servito a chiarire che la politica delle grandi alleanze sognata da Obama è destinata a naufragare nel confronto diretto tra le due potenze. Pechino negozia per prendere tempo, ma non cede un solo centimetro sulla strada della rincorsa alla supremazia mondiale. Al termine di quattro anni di imposte punitive che hanno gravato soprattutto sulla spesa dei consumatori statunitensi, la Cina non ha concesso nulla sulle questioni fondamentali del furto della proprietà intellettuale e della concorrenza sovvenzionata dalle casse dello Stato, e il disavanzo commerciale tra i due Paesi è tornato a crescere ai danni degli Usa. Biden ha già preso atto di questo chiarimento, e ha detto che almeno nella fase iniziale della sua presidenza i dazi resteranno in vigore, in attesa di verificare se la riapertura diplomatica che si propone di offrire a Xi Jinping avrà migliori risultati rispetto al passato.

Si può immaginare però che lo sforzo diplomatico sarà piuttosto diretto all’Europa, con l’obiettivo di ricostruire un fronte comune contro l’avanzata cinese che coinvolga gli alleati atlantici. Una pace commerciale con Bruxelles avrebbe l’effetto di tappare le tante falle che si sono aperte con la politica del pugno duro di Trump. Da una parte servirebbe ad arginare la penetrazione di Huawei nelle telecomunicazioni continentali, e le tentazioni italiane di fronte al corteggiamento degli investitori cinesi; dall’altra potrebbe ricompattare l’impegno europeo per respingere le mire dell’espansionismo commerciale russo, che negli ultimi anni ha trovato breccia in Germania. La moneta di scambio per convincere i Paesi comunitari potrebbe essere l’abolizione delle sanzioni contro l’Iran, e il ripristino dei contratti che Francia e Italia avevano già firmato con Teheran.

Il debito al 160% del Pil, l'eredità più difficile

Ripartenza o ristagno, il dilemma dell'Unione Europea

IL CAMBIAMENTO

Più impervio sarà invece l’intervento sul fronte interno, perché la sterzata che Biden vorrebbe dare all’economia nazionale si poggia sulle flebili speranze di conquistare la maggioranza al Senato nel ballottaggio del 5 gennaio in Georgia, obiettivo che non è non esattamente a portata di mano per i democratici. Se la Camera alta resterà in mani repubblicane, il New Deal sognato da Biden, il cui padre era stato una vittima della Grande Depressione del 1929, avrebbe le ali corte, così come l’ambizione di andare oltre l’annullamento della riforma fiscale voluta da Trump per disegnare un prelievo delle tasse più severo ai danni dei ricchi. Il nuovo Congresso dovrà in ogni caso varare nuove, grandi manovre di sostegno dell’economia, e nell’esecutivo Biden ha già creato un asse tra la nuova tesoriera Janet Yellen e il direttore della Fed, Jerome Powell. Tra i due c’è una sintonia già sperimentata in passato, che potrebbe risultare preziosa e feconda nei prossimi anni. Ma in quanto ai risultati, l’intervento potrebbe essere limitato ai soli investimenti infrastrutturali con l’appoggio bipartisan del congresso, senza entrare nel campo delle grandi riforme. Un cambiamento radicale è invece atteso sul fronte energetico e ambientale. Le tre nomine prenatalizie - Pete Buttigieg ai Trasporti, Jennifer Gramhold all’Energia, e l’ex direttrice dell’Epa Gina McCarty consulente per il clima - sono altrettante conferme di una scelta militante, che nel sogno di Biden dovrebbe consegnare al Paese l’obiettivo di una somma di emissioni zero per il 2030, e per il resto del mondo il reingresso degli Usa nell’accordo di Parigi. I due obiettivi richiederanno un laborioso ripristino dei tanti regolamenti demoliti da Trump, e uno sforzo di riconversione energetica che non spezzi le gambe della fiorente industria estrattiva. Allo stesso tempo però gli Usa di Biden costruiranno una efficiente rete di ricarica elettrica sulle autostrade nazionali, e torneranno a scoraggiare l’uso di benzina e diesel nei trasporti. Nel complesso il piano economico del nuovo presidente è un tentativo di risollevare la classe media dal tracollo che ha subito negli ultimi trent’anni, e riguadagnare al partito democratico la fiducia degli elettori persi lungo la strada. Trump è riuscito ad aprirsi un grosso varco in questa fetta della popolazione con slogan massimalisti e con promesse combattive. Ma nella realtà l’operato della sua amministrazione è servito a scavare un divario ancora più marcato tra ricchezza e povertà negli Usa. Biden ha promesso che abbraccerà la stessa linea della difesa del “made in Usa” del suo predecessore, puntando però sulla rivoluzione energetica per creare nuova occupazione, invece di rincorrere attività produttive che hanno lasciato da tempo gli Usa per trasferirsi all’estero, e che non hanno nessun motivo di tornare in patria.

IL MERCATO

Wall Street è d’accordo su tutti i punti di questa piattaforma. I giganti del mercato si sono schierati, sia con i pronunciamenti che con i soldi, al fianco di Biden durante le fasi finali della corsa presidenziale. Sono stati con lui i grandi capitali d’investimento, che pure Biden prometteva di colpire dal palco dei dibattiti elettorali; e lo sono state le aziende tecnologiche, le quali sono tuttavia coscienti che il processo di attacco ai monopoli che hanno costruito è ormai inesorabile, e non potrà essere frenato da un semplice cambio di bandiera alla Casa Bianca. Ma al momento in cui è in ballo uno scenario più incisivo, come la possibilità che i due candidati senatoriali in Georgia si aggiudichino il ballottaggio, ecco che la stessa Wall Street che sorrideva a Biden è passata ad investire massicciamente sui due avversari repubblicani. Il messaggio è chiaro: il mercato ha appena tirato un sospiro di sollievo con l’eliminazione dello stato di perenne conflittualità con il quale governava Trump, e non ha nessuna intenzione di foraggiare una sbandata di segno opposto, con un’amministrazione ostile agli interessi della Borsa, e magari interessata ad un nuovo giro di vite sull’attività delle banche.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA