Previsioni per il 2021, per la ripresa dell'Italia non basta un rimbalzo

Previsioni per il 2021, per la ripresa dell'Italia non basta un rimbalzo
di LUCA CIFONI
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Martedì 22 Dicembre 2020, 12:26 - Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 15:29

La campagna di vaccinazione che partirà proprio nelle prime settimane dell’anno, alimentando la speranza del ritorno ad una qualche forma di normalità. E i fondi del Next Generation Eu, che dovrebbero iniziare ad affluire a ridosso dell’estate, se nei prossimi mesi il governo sarà riuscito a definire e concordare piano e procedure. Dopo un anno eccezionale (nel male) come quello che sta per chiudersi, tra queste due catene di eventi si giocheranno le prospettive di ripresa del nostro Paese: una ripresa che non sarà però misurata solo dai punti di Pil recuperati nei prossimi dodici mesi, ma anche dalla capacità di assorbire nel medio periodo gli squilibri che già molto tempo prima del coronavirus frenavano la crescita italiana.

VALUTAZIONI

 Se prima della pandemia l’economia italiana marciava ad un ritmo più lento di quello degli altri in Europa, ora il rischio è che il rimbalzo tricolore sia più stentato e alla fine effimero. Nelle previsioni d’autunno della commissione europea la proiezione 2021 per il nostro Paese è - tra le grandi economie continentali - quella che evidenzia un recupero meno marcato rispetto alla caduta dell’anno precedente. A livello mondiale peggio di noi dovrebbe fare la Gran Bretagna, pesantemente condizionata però dall’incognita di una hard Brexit, mentre gli Stati Uniti recupererebbero buona parte di un crollo comunque ben più contenuto. Una storia diversa è quella della Cina, che dopo aver apparentemente fermato il contagio già da qualche mese chiuderà il 2020 con il segno positivo e il prossimo anno dovrebbe tornare a viaggiare ad una velocità superiore al 7 per cento. Dunque per l’economia italiana Bruxelles vede nel 2021 una crescita del 4,1%. Le stime del governo sono un po’ più ottimistiche: spinto anche dagli investimenti attivati dalla legge di Bilancio (e in misura ancora limitata da quelli del Recovery Fund, che dispiegherebbero pienamente i propri effetti più tardi) il prodotto interno lordo dovrebbe far segnare un balzo del 6%. Al di là delle diverse valutazioni dei previsori, è chiaro che il dato del prossimo anno sarà pesantemente influenzato dall’effettivo andamento dei contagi nei primi mesi dell’anno. Se la situazione non migliorerà significativamente, o se addirittura nonostante l’avvio delle vaccinazioni si dovesse materializzare una terza ondata ancora più virulenta, allora gli effetti potrebbero essere pesanti. Già nel quarto trimestre di quest’anno è possibile una ricaduta dell’attività economica, anche se non particolarmente marcata, dopo il fortissimo rimbalzo registrato nel terzo. Il vero rischio è che questa situazione di blocco e incertezza si protragga nei primi mesi del 2021. Gli effetti delle restrizioni adottate nel nostro Paese (ma anche del clima generale certo non incoraggiante per famiglie e imprese) si manifesterebbero attraverso diversi canali. Certamente con la frenata dei consumi interni al di fuori di quelli alimentari e degli altri di natura più essenziale; ma anche l’export subirebbe una battuta d’arresto, a causa della contrazione del commercio internazionale. In un’economia come quella italiana peserebbe molto negativamente, in vista della primavera, la prospettiva di una mancata ripresa del turismo, in particolare per quanto riguarda la componente straniera.

INCOGNITE

 Tuttavia anche in uno scenario più favorevole, le incognite non mancherebbero. È di pochi giorni fa l’avvertimento lanciato da Mario Draghi attraverso il rapporto di un gruppo di lavoro del G30 (un organismo indipendente formato da rappresentanti del settore pubblico e di quello privato e del mondo accademico). L’attenzione è sul delicatissimo momento in cui inevitabilmente i vari governi dovranno iniziare a ritirare la massa di sostegni alle attività economiche. Un tema che riguarda anche l’Italia, dove lo scorso anno oltre 100 miliardi di deficit aggiuntivo sono stati destinati ad alleviare le conseguenze di una crisi senza precedenti su imprese e lavoratori. Un ulteriore scostamento di bilancio è atteso per il mese di gennaio, con l’obiettivo anche di “ristorare” gli effetti delle chiusure commerciali avviate da novembre in poi. Quando questi aiuti termineranno, per molte piccole e medie imprese si materializzerà lo spettro dell’insolvenza a causa delle perdite accumulate. Il suggerimento generale del documento del G30, che si articola poi in una serie di proposte operative, è favorire il flusso di investimenti privati - anche in forme innovative - a fianco del tradizionale credito bancario. Un’ondata di fallimenti avrebbe un impatto potenzialmente devastante su un’economia in ripresa, in assenza di un progetto per favorire la graduale sostituzione delle attività messe fuori gioco dalla crisi pandemica con altre in grado di fiorire nella “nuova normalità”. Problema parallelo è quello dell’occupazione: al massiccio ricorso alla cassa integrazione il governo ha affiancato il blocco dei licenziamenti individuali e collettivi (con alcune eccezioni) che la legge di Bilancio estende fino al 31 marzo. La fine di questo regime eccezionale non potrà essere rinviata all’infinito e dunque il passaggio andrà gestito con particolare attenzione per evitare che si tramuti in una crisi sociale, con contraccolpi sull’andamento dei consumi che inciderebbero a loro volta sul Pil.

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I PIANI

Se queste sono le sfide che gravano nell’immediato sul risultato del 2021, si presentano ancora più impegnative quelle che condizioneranno l’economia italiana negli anni a venire. Gli investimenti dovrebbero essere il vero carburante di una ripresa duratura e il piano Next Generation Eu è in grado di mobilitarne una quantità sulla carta senza precedenti, almeno in epoca recente. Come detto, il ministero dell’Economia stima prudentemente che il contributo dei fondi europei alla crescita di casa nostra sia graduale e crescente nel corso del prossimo triennio. Ma queste risorse non dovrebbero solo svolgere il proprio ruolo di componente della domanda aggregata, ma anche contribuire in modo decisivo a incrementare la crescita potenziale degli anni successivi. Il progetto europeo è costruito in questa logica, prevedendo che la spesa venga concentrata in ambiti decisivi per la trasformazione dell’economia e della stessa società (digitale e verde) e sia accompagnata da riforme in grado di incidere sui ritardi strutturali dei vari Paesi. Nel caso dell’Italia, questi ritardi sono ben noti e riguardano le infrastrutture, il funzionamento della macchina dello Stato, l’innovazione e la stessa istruzione in senso più ampio, visti dati impietosi come quelli sulla percentuale di laureati (siamo al penultimo posto nell’Unione europea). Su altri aspetti strutturali, come l’invecchiamento della popolazione con conseguenti effetti sull’offerta di lavoro e sulla stessa dinamicità del tessuto sociale, è ancora più difficile incidere.

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