Il debito al 160% del Pil, l'eredità più difficile

Il debito al 160% del Pil, l'eredità più difficile
di LUCA CIFONI
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Martedì 22 Dicembre 2020, 12:25 - Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 15:29

Alla fine del 2020, secondo le previsioni del Fondo monetario, tutte le principali economie avanzate con la sola eccezione della Germania avranno un debito pubblico superiore al 100% del Pil. L’incremento, per questi otto Paesi nel loro insieme, è stato di venti punti percentuali in un anno: l’onda di piena della pandemia ha rigonfiato i disavanzi di bilancio lasciando una difficile eredità per il futuro e limitando i margini di intervento dei vari governi in caso di una nuova emergenza. Naturalmente il debito degli altri non rende meno vistoso il 160% circa atteso per la Repubblica Italiana, valore più alto di tutti dopo quello del Giappone (che però vanta una situazione per molti versi non confrontabile con la nostra). In generale, il problema del debito pubblico è la sua sostenibilità e questa a sua volta dipende dalla solidità dell’economia sottostante e dalla capacità di chi la dirige di fare fronte ai propri impegni, mantenendo la fiducia degli investitori internazionali.

LE TENSIONI

Nell’anno che si sta per chiudere non sono mancate le tensioni, in particolare nella fase iniziale della pandemia che ha colpito il nostro Paese in anticipo rispetto agli altri. Prima ancora che l’idea di una risposta comune europea si concretizzasse, sono via via apparse chiare le proporzioni dell’impegno finanziario che il governo avrebbe dovuto affrontare per contrastare la diffusione del virus e arginare le conseguenze economiche del lockdown. A maggio i risparmiatori e gli investitori istituzionali hanno dato una propria risposta sottoscrivendo in massa (per un importo record di 22,3 miliardi) una nuova versione a 5 anni del Btp Italia (titolo indicizzato all’inflazione) interamente destinata a finanziare le spese dell’emergenza. Tra estate e autunno sono poi seguiti, con la stessa finalità, due appuntamenti con il Btp Futura, strumento specificamente creato per la platea retail e caratterizzato da rendimenti crescenti: complessivamente sono stati raccolti circa 12 miliardi. Intanto l’Europa definiva il piano Next Generation Eu, che insieme all’ombrello della Bce ha contribuito in maniera importante a riportare serenità sul mercato secondario dei titoli di Stato. Così si è arrivati a metà dicembre con il Btp decennale al minimo storico di rendimento, poco al di sopra dello 0,5% e lo spread in vista dei 110 punti, ai livelli più bassi dal 2016. Nell’anno del Covid il costo totale del debito all’emissione è sceso a 0,59% dallo 0,92% del 2019. Il tasso medio dei Bot da -0,04% si è assestato a -0,16% mentre per il medio lungo termine il calo è stato da 1,53% a 0,96%. Sono stati dodici mesi “carichi”, condizionati appunto dalle esigenze finanziarie della fase di emergenza: il totale delle emissioni lorde 2020 (escluse le ultime che saranno regolate il prossimo anno) è pari a 550,7 miliardi, di cui 181,8 miliardi di Bot e 368,9 di medio lungo termine: ben 136 miliardi in più rispetto alle emissioni del 2019. Un volume superiore anche a quello record del 2009.

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LE PREVISIONI

Il prossimo anno si presenta comunque impegnativo, visto che le scadenze sul medio lungo termine superano di una ventina di miliardi quelle del 2020; e il governo avrà comunque bisogno di reperire risorse di bilancio in deficit, alimentando quindi il fabbisogno da colmare. Tra le nuove iniziative del Tesoro è atteso - probabilmente già a inizio anno - l’emissione del green bond, i cui importi saranno strettamente collegati alle voci del bilancio dello Stato destinate a vario titolo a finalità ecologiche. Le nostre emissioni beneficeranno ancora dell’azione della Bce, che ha confermato e rafforzato il proprio impegno con 500 miliardi in più per il Pepp e l’arco temporale degli acquisti esteso al marzo del 2022. Ma questa fase eccezionale non potrà durare in eterno e per quanto è possibile prevedere, il 2023 dovrebbe essere l’anno del ritorno ad una politica monetaria più normale. Allora non solo ogni Paese dovrà muoversi con le proprie forze sul mercato dei titoli di Stato, ma si porrà anche il tema di iniziare a riportare la massa del debito accumulato a livelli meno eccezionali. E l’unica via praticabile (a non voler evocare l’inflazione, che comunque di questi tempi pare persino difficile da suscitare come ben sanno le banche centrali) è una crescita sufficientemente robusta e duratura nel tempo.

LA SFIDA

Ecco allora che per l’Italia la sfida di riportare in discesa il percorso del debito pubblico in rapporto al Pil si connette strettamente con quella posta dai 209 miliardi di risorse europee in arrivo nei prossimi anni. Il ministero dell’Economia, in una simulazione contenuta nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, ha calcolato che sfruttando in pieno la spinta alla crescita indotta da quegli investimenti aggiuntivi sarebbe possibile riassorbire in dieci anni i circa 23 punti percentuali di incremento del rapporto debito/Pil tra il 2019 e il 2020. Un programma ambizioso, che comporterà comunque una certa sorveglianza dei conti pubblici pur senza eccessi di rigore. Ma che suppone proprio uno utilizzo oculato e proficuo del Recovery Fund. 

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