​Intervista impossibile a Ernest Hemingway: «Il denaro non è tutto ma se manca te ne accorgi»

Intervista impossibile a Ernest Hemingway: «Il denaro non è tutto ma se manca te ne accorgi»
di Marco Barbieri
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Mercoledì 28 Luglio 2021, 00:10 - Ultimo aggiornamento: 29 Luglio, 09:29

Sessant’anni fa lei ha deciso di mettere fine alla sua vita con un colpo di fucile. Era il 2 luglio 1961. C’è chi ha scritto che lei, Ernest Hemingway, temeva di non riuscire a far fronte ai suoi impegni economici.
«Ero convinto di non avere denaro abbastanza per mantenere la casa di Sun Valley. Una bella villa a due piani dove abitavo con Mary, la mia quarta moglie. E dove ero certo di essere spiato dall’Fbi».
Forse era vero che la spiavano, ma lei era ormai in una condizione di crisi depressiva. Aveva bevuto troppo, per anni. E a dire il vero qualche tara familiare si potrebbe trovare. Anche suo padre si suicidò.
«Sì, non avevo ancora trent’anni. Vivevo ormai a Parigi. Lui sì, aveva problemi finanziari».
A lei i soldi non mancarono mai.
«Vero. Ma sono stati spesso motivo di angoscia. La mia famiglia non era ricca. E io non avevo molta voglia di studiare. Né l’Università – mio padre mi voleva avvocato – né la musica – mia madre mi avrebbe voluto violoncellista, chissà perché – mi affascinarono quanto l’avventura e la scrittura. E il giornalismo. Mia madre a 21 anni mi cacciò di casa proprio perché non pensava che quello che scrivevo mi avrebbe potuto rendere indipendente. Oddio, da casa entravo e uscivo spesso».
Venne anche in Italia.
«Sì, da ragazzo, sul fronte della Grande Guerra. Una grande esperienza, neanche ventenne. Ma ero sempre sulle spalle della mia famiglia. Che a un certo punto mi mise alla porta».
Però poi con il giornalismo e la letteratura guadagnò abbastanza.
«Mai come Scott Fitzgerald. Lo invidiai sempre per il suo tenore di vita e per le sue frequentazioni del bel mondo. Non per gli agi, beninteso. Ma per le opportunità di conoscere e viaggiare che quel mondo assicurava, con i soldi».
I viaggi non le mancarono, e con i viaggi tante occasioni di scrittura e di guadagno.
«Il mio primo compenso ricco me lo guadagnai con le corrispondenze della guerra greco-turca del 1922. Il Toronto Star mi diede 400 dollari. Credo che sarebbero quasi 10mila euro di oggi. Ma fu un’eccezione. Lei sa che con il giornalismo non ci si arricchisce. Lo standard era 12 dollari a pagina, più o meno 200 euro. Direi poco. No?».
Non proprio pochissimo. Eppure a Parigi negli anni Venti e Trenta lei fece una vita grama. Ma Fu davvero così?
«Un pasto al giorno. Nuovi abiti mai. Ma tanta ricchezza artistica, tanti incontri, tanti viaggi. Tante opere d’arte da vedere e da sfidare. Un patrimonio. Quando negli ultimi anni della mia vita, per colpa della depressione che mi prese, mi fecero molti elettroshock avevo paura di perdere tutto quello che avevo vissuto. Dissi: che senso ha rovinare la mia mente e cancellare la mia memoria? Queste cose costituiscono il mio capitale e senza di esse sono disoccupato. È una buona cura, pensai, anche se così abbiamo perso il paziente».
Tornando ai soldi, ho letto che spesso ha dovuto chiedere prestiti.
«Verissimo, ma ho restituito tutto. Santiago, il protagonista de “Il vecchio e il mare” diceva: “Prima chiedi un prestito e poi l’elemosina”».
Una visione un po’ troppo pessimistica, forse perché stava invecchiando. Eppure prima aveva sempre contato sulla solidarietà, oltre sulle sue grandi capacità. Non è vero?
«Nel 1937 pubblicai “Avere e non avere”: Harry Morgan, il mio protagonista, finisce male perché ammette che “un uomo da solo non ha uno straccio di possibilità”. In qualche modo è una convinzione che mi ha accompagnato fino agli anni della depressione. D’altronde lei sa che “Per chi suona la campana”, il titolo del mio romanzo che avrebbe dovuto vincere il Pulitzer nel 1941, è un verso di John Donne, lo scrittore del Seicento inglese che ripeteva: nessun uomo è un’isola».
Nel messaggio che fece leggere all’ambasciatore John Cabot, che mandò a ritirare il suo premio Nobel, disse che “La vita dello scrittore è, nel migliore dei casi, una vita solitaria”. Un po’ in contraddizione, non le pare?
«Noi artisti siamo sempre in contraddizione. Di certo il premio Nobel arrivò troppo tardi. Come il Pulitzer, lo avrei meritato nel 1941, ma non venne assegnato. Me lo diedero nel 1953, per “Il vecchio e il mare”».
Anche da questo romanzo un gran film con Spencer Tracy. Spesso i suoi romanzi divennero film, con denari sonanti al seguito.
«Se hai un grammo d’oro, ed è oro puro, puoi sempre cambiarlo con il denaro. Il denaro non è tutto, se però manca te ne accorgi».

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