PAPA FRANCESCO

Il Vaticano rischia di perdere 230 milioni dallo scontro Ior-Curia

Venerdì 18 Ottobre 2019 di Franca Giansoldati
Il Vaticano rischia di perdere 230 milioni dallo scontro Ior-Curia

La total war - la guerra totale - all'ombra del Cupolone pare ben avviata, procede sottotraccia senza risparmiare colpi bassi e ha una scadenza non priva di risvolti: la primavera del prossimo anno. Un spada di Damocle sul Vaticano. Una data cruciale per le finanze d'Oltretevere se non verranno presi alla svelta dei provvedimenti. Ad aprile prossimo incombe il termine dell'onerosissimo mutuo acceso a suo tempo dalla Santa Sede per acquistare l'ormai celebre immobile londinese, situato in una zona centralissima e particolarmente ambita.

Se lo Ior, la banca Vaticana, non trasferirà alla Segreteria di Stato i 150 milioni di euro richiesti come anticipazione di liquidità per estinguere il precedente mutuo - cosa che il direttore generale Mammì per ora non sembra intenzionato a fare la proprietà dell'immobile potrebbe passare agli istituti di credito lussemburghesi e il Vaticano, in quel caso, perderebbe i soldi dell'Obolo di San Pietro. Una perdita secca di 230 milioni di euro. Insomma, un pasticcio nel pasticcio che ora si trova sul tavolo del Papa. Al momento l'unica circostanza certa è che il mutuo delle due società lussemburghesi scade appunto nell'aprile 2020 e il rimborso sarà per nulla agevole, viste le condizioni particolarmente onerose (tasso al 5% più libor in caso di capitalizzazione degli interessi, altrimenti 1,75% annuale più libor).

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L'INVESTIMENTO
E dire che quell'operazione finanziaria che prevedeva la riqualificazione di quel quadrante della città, il cambio d'uso dell'edificio e la successiva ristrutturazione e messa a reddito all'epoca esibiva buoni margini di ritorno economico e bassi rischi. Proprio per questo fu portato avanti assieme al finanziere Raffaele Mincione che con il fondo Athena ha base a Londra ed è stato introdotto in Vaticano dal cardinale Tarcisio Bertone. Nessuno avrebbe mai immaginato che nell'arco di poco tempo il vento sarebbe girato sotto i contraccolpi della Brexit alle porte: di ciò la Segreteria di Stato era stata pienamente informata ed erano giunti anche suggerimenti su come rimodulare l'investimento onde adeguarlo alla mutata realtà inglese. Va anche detto che Papa Francesco è sempre stato correttamente informato dai suoi collaboratori.

LE DIVERGENZE
Nel frattempo però con Mincione nascevano dissidi e divergenze sulla gestione soprattutto spiegano in Vaticano perché voleva impegnarsi su fronti ritenuti azzardati (come per esempio l'investimento in Banca Carige) o finanziariamente troppo impegnativi (come il Banco Bpm): entrambe operazioni che si tentò di stoppare, ma inutilmente. Tanto che ad un certo punto la Santa Sede decise di affiancare a Mincione un altro finanziere di fiducia, Enrico Crasso, il quale avrebbe dovuto avere funzioni di vigilanza sulla natura degli investimenti del fondo Athena. Ma poco tempo dopo i due iniziarono a litigare, sicché per mandare avanti l'operazione fu chiesto a Crasso di farsi da parte.

Nel 2018 il rapporto con Mincione si concluse secondo le clausole del contratto, fu liquidato e il Vaticano rilevò il 55% della sua quota. Da quel momento la titolarità della società londinese è passata interamente nelle mani della Segreteria di Stato. E siamo arrivati alla fine del 2018, quando il Vaticano decide che è tempo di estinguere il mutuo che grava sull'immobile diventato nel tempo salatissimo. Viene anche contattato lo studio inglese Mishon De Reya per capire come procedere per tutti gli adempimenti necessari alla cancellazione delle ipoteche gravanti sull'immobile e a luglio il Sostituto alla Segreteria di Stato, Pena Parra, scrive allo Ior per chiedere l'anticipo della somma necessaria. Piuttosto decisionista e convinto, Pena Parra non ottenendo alcuna risposta rinnova la richiesta dei 150 milioni, spiegando per filo e per segno che vanno ad estinguere l'ipoteca perché, in prospettiva, la Santa Sede vuole vendere l'immobile.

DUE DENUNCE
Intanto lo Ior assieme all'Ufficio del Revisore presenta due denunce al Tribunale nelle quali si sostiene che l'Obolo di San Pietro non è gestito in modo trasparente. Nel dispositivo del Promotore di Giustizia per la perquisizione negli uffici di cinque impiegati sospesi dal lavoro e dallo stipendio per 7 mesi (in modo da impedire loro di operare sulle società che gestiscono l'immobile fino alla scadenza del mutuo) si legge che «ci sono gravi indizi dei reati di abuso d'ufficio, peculato, truffa». Ad oggi, però, i cinque funzionari non sono nemmeno indagati, ma solo sospesi in via cautelativa.

Intanto, la guerra contro tutti per il controllo della gestione dell'Obolo di San Pietro ha già fatto una vittima illustre, l'ex comandante della gendarmeria Giani al quale è stata attribuita la responsabilità di avere condotto perquisizioni con mano pesante e aver firmato il foglio con la foto segnaletica dei cinque impiegati. Papa Francesco da Santa Marta osserva sgomento. Mentre conosceva ogni contorno delle operazioni londinesi, ignorava in cosa consistesse la denuncia fatta dallo Ior e portata avanti dai magistrati. Un groviglio da sciogliere. Probabilmente dovrà intervenire personalmente per dirimere lo scontro insolito tra la Segreteria di Stato l'organo centrale del piccolo Stato pontificio - e lo Ior, la banca centrale.

 

Ultimo aggiornamento: 09:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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