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Un anno fa il trionfo di Wembley, Roberto Mancini: «Il Mondiale? Dormirei per un mese. L'Italia tornerà, ma i giovani devono giocare di più»

Dopo il successo all'Europeo è cambiato tutto

Un anno fa il trionfo di Wembley, Roberto Mancini: «Il Mondiale? Dormirei per un mese. L'Italia tornerà, ma i giovani devono giocare di più»
di Alessandro Angeloni
6 Minuti di Lettura
Lunedì 11 Luglio 2022, 00:29 - Ultimo aggiornamento: 09:55

Si può ascoltare il rumore del vento e del mare, Roberto Mancini è in vacanza ma ci pensa e ci ripensa. E’ passato un anno dal trionfo di Wembley e quattro mesi dalla caduta con la Macedonia e l’addio al Mondiale in Qatar. Sentimenti contrastanti. «Dello stesso livello. Grande emozione e forte delusione, che ancora mi fa male. Il calcio sa essere bello e crudele. Ma questo è il suo aspetto più affascinante».

Che farà durante il Mondiale?
«Vorrei dormire dal primo all’ultimo giorno. Noi lì non ci siamo solo per sfortuna».

Facciamo un salto indietro: Wembley.
«Un anno è passato troppo velocemente. Vincere con la Nazionale è un qualcosa di non paragonabile con altro. Non sono tanti quelli che ci sono riusciti».

Ha sempre dichiarato di averci creduto. Era sincero?
«Non è stata la vittoria di un mese, venivamo da un percorso di tre anni e mezzo, nel quale non avevamo mai perso, giocando sempre bene. Poi, come sempre, ci vuole anche fortuna».

Quel gruppo è stato magico.
«Ci siamo divertiti».

Quell’Italia è sparita, da Chiellini a Insigne fino a Bernardeschi. Si può dire che Euro 2020 sia stato un miracolo?
«Per certi versi sì, ma ripeto: i valori tecnici c’erano».

Una foto di quell’avventura?
«Noi, dopo l’Austria, uniti a centrocampo: ci siamo convinti di potercela fare. Poi, le lacrime e l’abbraccio con Vialli».

 

A proposito di Austria. Al gol di Arnautović, poi annullato, ha pensato che l’avventura stesse finendo?
«Era la prima volta che andavamo sotto, ma c’era tempo per recuperare. Ero fiducioso».

Lo è anche oggi per il futuro?
«Sì, ci sono calciatori con grandi valori, come Gnonto. Ma le difficoltà ci sono e di partite ne perderemo».

Ha pochi italiani nel nostro campionato.
«Troppo pochi e i giovani non giocano abbastanza. In altri campionati, i ragazzi hanno già esperienza internazionale e quello fa la differenza. Dei nostri attaccanti, ce l’hanno solo Immobile e Belotti». 

Ciro lascia la Nazionale?
«A me non l’ha mai detto. Lo convocherò».

Scamacca tratta con il Psg. E’ facile pensare che non vada a fare il titolare. Questo è un altro problema per lei?
«Se non gioca sì. Io se fossi in lui andrei e cercherei di giocare. Anche Donnarumma, in questo senso, ha pagato certe difficoltà. Ma mi metto nei panni di Scamacca: se in Italia non trova squadre disposte a spendere, perché non deve accettare il Psg? E’ sempre un’esperienza che riempirà il suo bagaglio». 

Cosa non rifarebbe?
«A novembre, quando avevamo tanti infortunati e calciatori stanchi, avevo pensato di chiamare Balotelli. Con le sue qualità, ci avrebbe dato una mano».

E poi?
«Ho pensato che ce l’avremmo fatta lo stesso, non è andata così. Ma ribadisco: in quelle partite dovevamo vincere cinque a zero, trasferta in Svizzera compresa. La verità è che si devono fare delle scelte e a volte si sbaglia. Ma si sbaglia anche quando si vince, solo che certi errori spariscono».

L’Italia segna poco.
«Abbiamo rallentato dopo l’Europeo, qualcosa non è andato, non tanto nella creazione ma nelle conclusioni. E’ un problema che va risolto presto».

Nel periodo dello spareggio con la Macedonia i club non le hanno dato una mano?
«Non voglio cercare scuse. Diciamo solo che qualcosa in più potevano fare».

E’ vero che ha insistito troppo, per debito di riconoscenza, con qualche giocatore, tipo Insigne?
«Falso, è una frase fatta. Non ho mica insistito su una squadra a fine ciclo, ma su ragazzi di ventotto, ventinove anni, protagonisti pure delle prime gare di qualificazione al Mondiale».

Quanti sono scesi dal carro di Mancini?
«Beh, è normale, che qualcuno sia sceso, non li ho contati. Le critiche fanno parte della vita».

La prima di fase di Nations che cosa le ha trasmesso?
«Siamo in fase di sperimentazione, abbiamo dato possibilità ai giovani di fare esperienza. Pensavo peggio come risultati, ero convinto di perdere tre partite. E’ un miracolo essere in corsa per le finali».

La caduta con la Germania un po’ se l’è cercata?
«I tedeschi sono più forti, noi abbiamo messo in campo una formazione sperimentale e commesso errori che di solito non facciamo. Mi tengo il positivo».

Ovvero?
«Abbiamo tirato in porta sedici volte contro i loro diciannove, poi abbiamo reagito bene».

Le manca il lavoro in un club?
«Chi ama il calcio vuole stare in campo tutti i giorni, se fai il ct non capita. Ma la Nazionale è un orgoglio. Certo, quando perdi devi aspettare un po’, prima di rifarti».

Ha risolto i problemi con Zaccagni e Zaniolo? Si è parlato di mancanza di attaccamento alla Nazionale.
«Io non ho avuto problemi: mi hanno detto che stavano male e sono andati via. L’attaccamento ce lo devono avere tutti, è normale. La Nazionale durante l’anno è un peso, poi se non convochi qualcuno per i grandi appuntamenti, ci rimane male...».

Come inquadra Zaniolo nel futuro azzurro?
«Ultimamente non ce l’ho mai avuto, ma per me resta una mezz’ala d’attacco e ha qualità».

E’ così ingestibile?
«E’ giovane e deve capire che è fortunato a fare questo mestiere. Che non dura molto». 

E Pellegrini?
«Calciatore ormai strutturato».

Adani dice che lei è un genio. 
«Lele è un amico, penso solo di conoscere i giocatori, altrimenti dovrei fare un altro lavoro».

L’appassiona la discussione tra giochisti e risultatisti?
«La storia del calcio insegna che si può vincere in tanti modi. Per quanto mi riguarda cerco di giocare all’attacco, mantenendo un equilibrio».

Chi sintetizza al meglio questi due aspetti?
«Il tecnico migliore, per me, è la sintesi tra Boskov e Eriksson».

Quando ha detto che la Nazionale può pescare anche in B, abbiamo capito di quanto sia indietro il nostro calcio.
«In B ci sono tanti di calciatori bravi. Ma non hanno esperienza».

Che campionato si aspetta?
«Divertente come l’ultimo, sperando di vedere in campo tanti giocatori italiani».

Jorginho si è sentito in colpa per l’uscita dal Mondiale?
«Giorgio è stato e sarà importante per noi anche in futuro».

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