L'Italia del collettivo sfida i fenomeni del Belgio, ma Lukaku non deve far paura

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di Alessandro Angeloni
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Martedì 29 Giugno 2021, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 30 Giugno, 09:49

In fondo serviranno le stesse armi, quelle che Antonio Conte ha utilizzato per battere (e nettamente) il Belgio di Marc Wilmots: a Lione, il 13 giugno, reti di Giaccherini e Pellè, gara d’esordio di Francia 2016. Bonucci è risultato tra i migliori, Chiellini ha annullato Lukaku. E Nainggolan si è visto a sprazzi, sentiva troppo la partita, visto che davanti aveva la sua Italia degli amici De Rossi e Florenzi. Sono le stesse armi, dicevamo, che Roberto Mancini dovrà usare contro questo Belgio di Roberto Martinez. Perché quel Belgio aveva giocatori forti di quell’Italia e la stessa distanza si rileva tra le due nazionali che venerdì giocheranno il quarto di finale a Monaco. L’Italia deve mostrarsi solida come cinque anni fa se vorrà l’impresa. Non era piena di fuoriclasse la Nazionale di Conte, non lo è nemmeno questa di Mancini. Cosa servirà? La forza mentale, il gruppo unito, la spinta psicologica; il collettivo e il talento dovranno fare la differenza contro la corazzata Belgio, che ha un giocatore, un esempio su tutti, che ha portato l’Inter alla vittoria dello scudetto, Lukaku, e che l’Italia non ha. In più altri elementi che vivono stabilmente la Champions, quindi di spessore internazionale, come Hazard e Mertens, Vertonghen, Witsel e Courtois. I singoli contro il collettivo, come nel 2016, insomma. E il collettivo non può temere la forza dei singoli, l’Italia, insomma, non deve temere Lukaku. La partita, l’Italia, può giocarsela, come all’epoca, con un pizzico di talento e incoscienza in più. L’ambizione, questa sì, a volte fa la differenza. 
CARATTERE
Contro l’Austria ha imparato anche a soffrire, dopo le tre vittorie sul velluto ottenute nel girone. «L’Italia è come un quadro di Vincent van Gogh: il mandorlo in fiore. Unico, particolare e bello», così Matteo Pessina da Coverciano. Studente e giocatore, ragazzo di cultura, che non si ferma solo al calcio. «Per me la partita è sempre stato il premio dopo lo studio. So che ora il calcio è il mio lavoro, ma io ho questa educazione». Pessina studia all’università, qui studia da titolare, perché lui è un altro tassello di questo gruppo che tiene tutti coinvolti, perché i titolari, a parte qualche eccezione, vedi Jorginho, Immobile, Bonucci e Donnarumma, non esistono. «Siamo sempre tutti pronti, l’avete visto. Quando sono stato chiamato in causa ho risposto presente. Il mister manda sempre in campo la formazione che sia la più forte in quel momento e per affrontare chi ha di fronte. Però sa che qualcuno può dare di più anche non partendo titolare. Tutti entriamo e ci sentiamo chiamati in causa», sempre Pessina che sogna di fermare De Bruyne (se giocherà, ovvio), perché quello è il suo modello, o uno dei. «E Lukaku è il migliore al mondo nel suo ruolo, ma il fatto che lo conosciamo potrebbe aiutarci». Insieme al possibile ritorno di Chiellini, che ieri ha evitato di forzare nell’ultima parte di allenamento. Si avvicina, se tutto andrà bene, il duello tra lo juventino e l’interista. Mancio rischia il suo capitano, che non è al meglio ma in partite come queste sa farsi sentire. 
GIORGIO DIXIT
Nel 2016 ha avuto la meglio l’azzurro. «Lukaku è un attaccante fisico che purtroppo se non provi a usare le maniere forti è incontenibile. Lo puoi provare a limitare, è il fulcro del gioco della squadra avversaria. Tra me e lui le partite finiscono sempre con tanti lividi». Così Chiellini dopo l’ennesimo Juve-Inter dell’ultima stagione (due gare di campionato e due di Coppa Italia). Lividi, insomma. Calcio d’altri tempi.

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