Takagi e Ketra: «Jovanotti, Tommaso Paradiso e Calcutta, ecco i nostri Barbooodos»

Venerdì 1 Marzo 2019 di Simona Orlando
Da oggi ci ritroveremo a fischiettare La Luna e la gatta, vocata al tormentone ma scongiurando il reggaeton. Stavolta i producer Takagi & Ketra arruolano tre pesi massimi del pop sotto il nome Barbooodos: Jovanotti, Calcutta e Tommaso Paradiso. Li chiamavano Trinità, riuniti in un brano che viaggia su sonorità soul anni '60 (stile Mark Ronson per Amy Winehouse), dal sapore spaghetti western, con fischio alessandroniano (fatto da Ketra), e che non dimentica di parlar d'amore con romanticismi alla Paradiso.
 

Una bomba etere-diretta. Takagi & Ketra, il milanese Alessandro Merli, 45anni, ex Gemelli DiVersi, e Fabio Clemente, nato a Vasto nel 1986 e beatmaker dei Boomdabash, dal 2012 sono quelli che lanciano la hit e nascondo il viso: Nu Juorno buono, Oroscopo, L'esercito del selfie, Amore e capoeira, Vorrei ma non posto, Roma- Bangkok, Non ti dico no. Non li vedi ma sono ovunque, architetti di suoni a base di reggae, hip hop, ritmi latini declinati all'italiana, e anche un po' psicologi a trattare con chi ha più ego di loro.

Facile formare questo trio?
Ketra: «Pensavamo fosse impossibile, invece è successo in modo naturale. È un'esclusiva unire un cantautore storico che guarda avanti e altri due che stanno svecchiando il pop italiano». Takagi: «È un gol in rovesciata alla finale di Champions».

Cos'hanno i tre in comune?
T: «Un'attitudine free style, si buttano e ne escono sempre vincenti. Tommaso, se una cosa è folle, si lancia come un bambino fra le palline di Ikea. Calcutta è un fratello, passa in studio quando gli pare, senza avvisare»

E Jovanotti?
K: «Era venuto a trovarci nel nostro loft nella Chinatown milanese per progetti futuri, gli abbiamo fatto ascoltare un provinaccio e lui, senza che avessimo osato chiederglielo: Accendete il microfono che canto. È sua l'idea del nome Barbooodos: sono tutti e tre pigri con i rasoi».



Avete riposizionato la figura del produttore, prima raramente citato.
T: «Non è più il signore panciuto dietro al bancone, ma il ragazzino che in cameretta sviluppa un sound e cambia la musica stagnante da decenni. È urbanizzazione del pop. L'accesso alla musica del mondo ha allargato le vedute di chi crea e ascolta».

L'ultimo Sanremo ne è lo specchio?
T: «Sì. Frenetik & Orang3 e Boss Doms con Rolls Royce di Achille Lauro, e Charlie Charles con Soldi di Mahmood, hanno scardinato i dogmi».

Tutti volevano fare i rapper, ora i producer. Basta un computer. Sminuisce chi ha studiato musica?
K: «È un fermento positivo. Siamo autodidatti, io non ho potuto studiare e mi sono ingegnato, ma rispettiamo i musicisti, infatti li chiamiamo a suonare nei brani».

C'è chi vi chiede: fateci una hit?
K: «Il telefono scotta, tipo call center del miracolo. Come se ci fosse una regola».

Non c'è?
K: «No. Il segreto è avere orari da ufficio. Dalle 9 alle 19 e oltre, siamo in studio a lavorare. Prima o poi l'idea arriva. Quando vai in palestra tutti i giorni, riesci ad alzare più pesi degli altri».

Non vi stufano i vostri tormentoni in radio?
T: «Per niente. Arrivano al primo colpo alla signora che stira davanti alla tv e ai bambini, che non hanno pregiudizi. Ai matrimoni la gente li balla fuori di testa. La risposta del pubblico ci fa volare».

Il più bel complimento?
K: «La Bertè che dice con quella voce rock: siete dei geni».

Come scegliete i featuring?
K: «Lavoriamo con chi stimiamo. Il lavoro sporco lo fa sempre la canzone. Se è distante da loro, il matrimonio è felice. La figata di fare un pezzo con noi è che gli artisti escono dalla comfort zone».

A chi avete detto di no?
K: «Non lo confesseremo mai».

Chi vi ha detto no?
T: «Mina ci ha bellamente rimbalzato. Era un sogno irrealizzabile e così lo ha lasciato». Ultimo aggiornamento: 14:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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