Quel santo che dormiva al Colosseo

Domenica 25 Marzo 2018 di Fabio Isman
Lo chiamavano «il vagabondo di Dio», e per alcuni, avrebbe percorso 30 mila chilometri a piedi in 14 anni, andando per santuari in tutt'Europa; nessun monastero l'ha mai voluto; e l'unico tetto che ha mai avuto è quello sotto cui è morto: il retrobottega di un macellaio, dove fu trasportato quando se ne stava andando. L'avevano trovato un mercoledì santo, nella chiesa di Santa Maria ai Monti; e ora, una lapide lo ricorda, a via dei Serpenti 2.

Benedetto Giuseppe Labre (nato nel 1748 ad Amettes, nella regione francese di Pas de Calais; morto a Roma nel 1783) è un santo assolutamente singolare. Forse, non esiste un altro simile. Lo chiamavano anche «il pellegrino della Madonna», «il povero delle Quarant'ore», «il penitente del Colosseo», sotto il cui 43. arco aveva dormito dal 1770, gli ultimi sette anni. Ma in ogni dove, godeva di una fama immensa. Gli concede la gloria degli altari Leone XIII Pecci nel 1881; ovviamente, protegge i senzatetto ed i mendicanti.

GLI INIZI
Era il primo di quindici figli di una famiglia assai umile; ora, ha una parrocchia a Roma, in località Torraccia, IV Municipio, dal 1997. In famiglia, due zii preti; leggeva sempre i libri sacri, e le vite dei Santi. Presto, rifiuta i suoi. Oggi, lo diremmo forse un ragazzo disadattato. Comunque, prova a entrare in due monasteri: uno trappista, e uno dei certosini; ma senza esito. Poi, otto mesi in un'altra trappa; ma non ce la fa. Capisce chi vuol divenire quando è a Chieri: un senza meta, che predica i Vangeli. In Germania, in Francia, in Spagna. Ma era particolarmente legato a Loreto; ad Assisi; e a Bari, alle spoglie di San Nicola. Da lì, nel 1771, arriva fino a Leuca. Dormiva per strada. Pare che non chiedesse la carità, ma vivesse di elemosine ed aiuti, di offerte. Regalava tutto quanto non gli serviva; girava con un sacco sulle spalle, e basta. Pochi libri: gli servivano per studiare e per predicare; al collo, il rosario.

LE TAPPE
«Cercatore di Dio sulle strade della terra; sua vocazione, la solitudine», diceva Jacques Maritain. Camminava tutto assorto; ma catturava le persone. Un Santo senza dimora; oggi lo diremmo quasi un barbone. Prima che al Colosseo, dormiva in una nicchia a Palazzo Colonna a Monte Cavallo, o al Palatino, sotto la chiesa di San Sebastiano. Ogni giorno, compiva il suo pellegrinaggio per le strade, seguendo le esposizioni del Sacramento; la sera, le litanie a Santa Maria ai Monti. E qui, il 16 aprile 1789, lo coglie un malore sui gradini del tempio. Un macellaio, Pierpaolo Zaccarelli, lo porta a casa, a via dei Serpenti. Se ne va subito dopo l'Estrema unzione; anche se voleva stare per terra, l'avevano deposto su un letto. Aveva 35 anni: difficile, in quelle condizioni, vivere di più.

LE RELIQUIE
La notizia si diffonde subito nel quartiere e in città. I funerali nella chiesa dove si era sentito male. Riposa lì: sulla tomba la sua effige, magro e macilento come era. Spesso, era oggetto «di scherni e insulti dalla plebaglia», e si cibava di «duri frusti di pane ed erbe gettate per la via», dice il cardinale che provvede al funerale. «Pregava fin dalle prime ore del mattino», era «lieto e tranquillo», anche di fronte «a ogni ludibrio e ogni ingiuria». Via dei Serpenti, dove è morto, è ora una cappella, e conserva una targa che ricorda il fatto. In una chiesa anche a lui intitolata a via Taranto, i suoi pochi oggetti, e la maschera funebre. E a Santa Martia in Aquiro, Piazza Capranica, un'iscrizione sulla balaustra della prima cappella a destra rammeta che spesso vi si fermava a pregare. Dal 1998, in via Donato Menichella (nel dopoguerra, Governatore della Banca d'Italia), alla Torraccia, quasi al Raccordo anulare, ha una chiesa, a navata unica, forme moderne e pianta irregolare, pareti interne in cemento armato con grandi finestroni, tetti spioventi a quote diverse; ma gli è intitolata, insieme a Maria Immacolata, anche la chiesa di via Taranto. Luoghi santi per un santo senza un suo luogo, di una povertà ed umiltà davvero estreme.
  © RIPRODUZIONE RISERVATA

LE VOCI DEL MESSAGGERO

Il pugno di ferro di Papa Francesco sui vescovi americani

di Franca Giansoldati