La prigione che (non) fu di Pietro

Domenica 24 Giugno 2018 di Fabio Isman
Il carcere più antico dell'Urbe è sotto il Campidoglio e si chiama Mamertinum, o anche Tullianum. I turisti vi vengono condotti a frotte, per vedere «la prigione di San Pietro, che battezzò i suoi carcerieri con l'acqua d'una fonte, da lui fatta scaturire con un bastone». Ma non è falso: solo una pia leggenda medievale. Il sito, però, ha avuto grande importanza, ed è ancora pieno di non poca suggestione.

Qui sono stati segregati in vincoli, poi spesso decapitati, ad esempio Vercingetorige re dei Galli, e quello della Numidia Giugurta. Che anzi, al momento supremo avrebbe detto: «Ma quanto è freddo questo vostro bagno, o Romani». Sono due locali sovrapposti, e terribili; si chiamavano Tullianum, per la presenza di una sorgente; e dal Medioevo Mamertinum, che è quello superiore. Citati da molti autori; scegliamo Gaio Sallustio Crispo: lo descrive di «aspetto ripugnante e spaventoso, per lo stato d'abbandono, per l'oscurità, e il puzzo». Lo dice nella Congiura di Catilina, parlando di alcuni tra i cospiratori qui rinchiusi. E Calpurnio Flacco: «Risuonano i colpi di frusta; la lordura martoria i corpi; le mani, oppresse dalle catene».

RICOSTRUZIONE
Secondo Tito Livio, lo realizza Anco Marzio, quarto re di Roma, sette secoli prima di Cristo. A Clivo Argentario, ora è sotto la cinquecentesca chiesa di san Giuseppe dei Falegnami; e regala uno tra i più eleganti affacci sul Foro Romano. Una rampa di scale conduce, sotto, al livello più antico. Una volta, i due locali erano collegata con una botola: la si vede ancora ma è ormai sigillata; vi venivano gettati i condannati a morte. Che se ne andavano anche di stenti e inedia: è la sorte, dice Plutarco, tra gli altri di Vercingetorige, arresosi a Giulio Cesare nel 52 a.C.. Ma con lui, anche Seiano con i figli, e i partigiani di Caio Gracco. I remoti locali si chiamano pure Latumiae, perché ricavati in una vecchia cava di tufo. Oggi, ce li fa vedere come erano anche una ricostruzione virtuale.

TEMPI BIBLICI
Non era un carcere come quelli di oggi: qui, non veniva trascorsa la pena. Quanti finivano al piano di sotto, vi morivano; gli altri, venivano condannati a pene varie: di solito, multe, confische, magari l'esilio. Qui attendevano la sentenza, che poteva richiedere anche tempi biblici: si sa che, nell'attesa, Nevio riesce a scrivere due commedie. L'ingresso non era quello di ora: l'originale porticina è murata, e pare che, dietro, vi siano ancora delle stanze in attesa che qualcuno le scavi. E' del periodo imperiale invece la facciata: lo indica la grande iscrizione, con i nomi dei due consoli Caio Vibio Rufino e Marco Cocceio Nerva, in carica dal 39 al 42. Ne cela una più remota, scavata nel tufo. Si entra in un locale a forma di trapezio; sul cui pavimento è la botola che porta al piano inferiore, un sacello circolare. Ora, ci si arriva da una scala moderna, del 1932. E ci si ritrova nella parte più segreta, terribile e terrificante. Tutto chiuso da robuste pareti in pietra, e in pietra il soffitto a volta. Sul pavimento, c'è un pozzetto tondo, 40 centimetri di diametro, profondo 65 centimetri, da cui sgorga acqua di sorgente; forse, il sito era un'antica cisterna. Sul muro che taglia l'ambiente, una porta di ferro, oggi sbarrata: dietro, un cunicolo di drenaggio, del Medioevo, permetteva il deflusso verso la Cloaca Massima.

LA LEGGENDA
Non sappiamo quando il luogo si ammanta della leggenda, secondo cui sarebbe stato la prigione dei due apostoli, con la colonna cui sarebbero stati legati, perdendo così il ruolo carcerario. Forse, fin dal 314: quando papa Silvestro lo dedica appunto a San Pietro in carcere. Dalle ultime indagini, sono emersi lacerti di affreschi di VIII secolo, che rafforzano la costanza del culto petrino; in uno, Gesù pone le mani proprio sulle spalle di Pietro che, spiega qualcuno, sorride. Il luogo non era più il carcere di pena ed afflizione, si schiudevano anche le labbra. © RIPRODUZIONE RISERVATA