Disabile giù dalla finestra, uno degli agenti indagati: «Abbiamo aperto la porta e Hasib si è subito lanciato»

Il racconto di Andrea, uno dei poliziotti: «Siamo entrati, c’erano un uomo e una donna». «Abbiamo abbassato le tapparelle per precauzione, ma non c’è stato tempo di far nulla»

Disabile giù dalla finestra, uno degli agenti indagati: «Abbiamo aperto la porta e Hasib si è subito lanciato»
di Camilla Mozzetti
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Venerdì 16 Settembre 2022, 00:09 - Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 15:33

«Abbiamo seguito tutte le procedure previste per un intervento di identificazione, siamo entrati in casa, c’era un uomo e una donna, ma non c’è stato tempo di fare nulla». La voce calma, lo sguardo fermo. In t-shirt e jeans - scarpe da ginnastica d’ordinanza - risponde così Andrea, proprio di fronte al commissariato Primavalle. Lui è uno degli agenti che il 25 luglio scorso ha preso parte al controllo in via Gerolamo Aleandro a seguito del quale Hasib Omerovic, il rom di origini bosniache 36enne e sordomuto dalla nascita, è caduto dalla finestra.

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«Si è buttato» dice subito l’agente, finito indagato con (al momento) altri tre colleghi. Senza enfasi, senza che il tono della sua voce cambi minimamente: è un poliziotto, anche navigato. Di quelli che conoscono il “lavoro di strada” a prescindere poi dall’insegnamento che la “strada” può avergli lasciato. E aggiunge, con uno sguardo che non divaga, di avere in mano le prove necessarie per dimostrarlo.

 
IL MATERIALE
«Foto e video dell’intervento, sì», tutti confluiti in un “dossier” ad hoc che racconta cosa è accaduto in quell’appartamento popolare e che «quando verranno richiesti - aggiunge l’agente - saranno forniti e messi agli atti». In quelle immagini sono descritti i 45 minuti, secondo più secondo meno, di un caso su cui la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per tentato omicidio e falso in atto pubblico dopo che i genitori di Hasib hanno presentato un esposto con un’accusa chiara: «Nostro figlio non è caduto, è stato spinto di sotto». Un volo di 9 metri che ha portato a un lungo ricovero in Terapia intensiva al policlinico Agostino Gemelli con un coma indotto, svariati interventi chirurgici e un risveglio avvenuto solo da poche ore che non consente ancora di capire la portata di eventuali conseguenze cliniche. 


LA DINAMICA
Ma lui, l’agente che accetta di parlare, rimanda indietro l’accusa: «Siamo entrati, in casa c’erano un uomo e una donna, abbiamo chiesto i documenti, la procedura era regolare e prima di intervenire abbiamo fatto un passaggio con la polizia locale per capire se queste persone fossero state già identificate ma non è risultato nulla». Nessuno era andato a cercare gli Omerovic fino al 25 luglio. E allora perché proprio quel controllo in una rovente mattinata d’estate? «Per quel post su Facebook e per alcune segnalazioni arrivate in commissariato», spiega l’agente a cui tuttavia non sono seguite denunce formali. E non è questo un aspetto di poco conto perché a chi ha autorizzato il controllo, ovvero la vice-dirigente del commissariato Primavalle, è stato contestato l’ordine illegittimo. Non si comanda una verifica per il solo “sentito dire”. Tuttavia, l’agente insieme ad un collega arrivano in via Gerolamo Aleandro, scendono le scalette che conducono al portone. 
Si fanno aprire e salgono una mezza rampa di scale. Come poi si leggerà nel rapporto di servizio, bussano alla porta. Difficile credere che un sordomuto come Hasib abbia sentito e dunque abbia aperto. Ma loro, stando anche al racconto che faranno ai superiori, entrano e come spesso accade - per precauzione - vengono abbassate le tapparelle della camera dove si trovano.

Non si può mai sapere che “piega” possa prendere un controllo, seppur apparentemente banale, ma ad ora non si può ancora decretare che quell’atto non sia in realtà servito ad altro. «Non c’è stato il tempo di identificarli», conclude l’agente dicendo che non può proseguire oltre e che comunque saranno quei filmati e quelle foto a parlare. Materiale che senz’altro verrà acquisito agli atti dell’inchiesta ma che dovrà essere verificato giacché quel “repertorio” potrebbe sì raccontare la storia per intero, ma anche solo una parte. Dunque 45 minuti da quando i poliziotti entrano per trovarsi poi nel cortile del retro palazzo ad aspettare l’autoambulanza che verrà più volte sollecitata dalla stessa vice-dirigente del commissariato, arrivata sul posto non appena appresa la notizia dell’incidente. Che Hasib non fosse stato identificato è agli atti anche grazie alla testimonianza della signora Loredana, una donna che abita nel palazzo di fronte è che ha assistito alla scena. «In quei momenti - ricorda la donna - mentre Hasib era steso in terra, i poliziotti dal cortile chiedevano a una collega che era nell’appartamento, ma non nella stanza da cui l’uomo è caduto, di chiedere alla sorella come si chiamasse». Se il suo nome fosse stato scritto non sarebbe stato necessario formulare quella domanda. 
 

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