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Berlusconi e il rilancio sulla giustizia: «Niente appello se assolti»

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Berlusconi e il rilancio sulla giustizia: «Niente appello se assolti»
di Andrea Bulleri
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 17 Agosto 2022, 10:14 - Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 01:28

 L’idea non è nuova. Al contrario: se ne discute – almeno – dal 2005. Una proposta che suona più o meno così: rendere «inappellabili» le sentenze di assoluzione di primo e di secondo grado. Tradotto: fare in modo che, quando un cittadino incappato in un procedimento giudiziario viene dichiarato innocente da un tribunale o da una corte d’appello, possa dire di aver chiuso definitivamente i conti con la giustizia. Con il vantaggio, secondo i sostenitori di questa prospettiva, di liberare da un bel po’ di faldoni la già ingolfata macchina giudiziaria italiana. 
Un’ipotesi tornata d’attualità dopo che Silvio Berlusconi ha rilanciato la proposta: «Quando governeremo noi – promette il Cavaliere – le sentenze di assoluzione di primo e di secondo grado non saranno appellabili. Un cittadino – afferma Berlusconi – ha diritto di non essere perseguitato per sempre». Il leader azzurro ne è convinto, e non da oggi: «Il processo è già di per sé una pena che colpisce l’imputato». E «in Italia – aggiunge l’ex premier – migliaia di persone vengono arrestate e processate ogni anno pur essendo innocenti».

I PRECEDENTI 

Ecco perché, sostiene Berlusconi, è ora di cambiare. Di fare in modo che, una volta emesso il verdetto di proscioglimento, l’accusa non possa più opporsi. Un po’ come avviene nei Paesi di common law, come la Gran Bretagna, dove al prosecutor è concessa un’unica chance di dimostrare la colpevolezza di chi ha di fronte. Se non ci è riesce, non avrà una seconda occasione.

L’idea è un vecchio cavallo di battaglia di Forza Italia, almeno dal 2005. Quando sulla proposta dell’allora Casa delle libertà che andava in questa direzione si scatenò la battaglia parlamentare. «Una legge ad personam», accusò all’epoca il centrosinistra. Anche se in molti, tra magistrati e pm, si erano espressi a favore di quel principio. Tra loro anchequello che all’epoca era il capo della procura di Palermo: Pietro Grasso, futuro presidente del Senato. Il provvedimento, in ogni caso, divenne realtà un anno più tardi, con l’approvazione della legge Pecorella (dal nome del deputato e avvocato del Cavaliere Gaetano Pecorella). Legge che troncava la possibilità di appello per le sentenze di proscioglimento dovute – oltre all’assoluzione – anche a prescrizione, amnistia, improcedibilità dell’azione penale. E che lasciava ai pm la possibilità di ricorrere contro un’assoluzione solo nel caso in cui a carico dell’imputato fossero emerse prove nuove e decisive.
Un provvedimento pensato, secondo i suoi fautori, per tutelare la presunzione di innocenza. Ma che rimase in vigore un anno soltanto: nel 2007 la legge fu in gran parte cancellata dalla Corte costituzionale. Violava il principio della «parità delle armi» tra accusa e difesa nel processo penale, stabilirono gli Ermellini. Che però ci tennero a sottolineare come il no al testo non rappresentasse una bocciatura definitiva del principio di inappellabilità delle assoluzioni, ma lasciasse aperta la strada a una eventuale riforma dell’intero sistema delle impugnazioni. Riforma fino a oggi mai andata in porto. Nel 2011 ci riprovò il ministro della Giustizia Angelino Alfano, senza successo. Mentre l’ultima ipotesi di revisione risale a pochi mesi fa, con la riforma della Giustizia Cartabia. Da cui però la norma è finita per scomparire. E fuori dai radar è rimasta, almeno fino a oggi.

LE APERTURE

Perché l’idea, oltre che a FI, piace pure a Fratelli d’Italia e Lega. «Una proposta fondata – la definisce il responsabile Giustizia di FdI Andrea Delmastro Delle Vedove – Dovrà essere valutata nel quadro di una riforma organica». Per l’ex ministra leghista Giulia Bongiorno invece è «una battaglia sacrosanta, attuale oggi più che mai», da tradurre in pratica «tenendo conto di tutte le indicazioni della Corte costituzionale» (precisa anche Francesco Paolo Sisto di FI). 

E la magistratura? Nessuna preclusione, a leggere le prime reazioni. Anche se con sfumature diverse. «Se un processo si chiude con un’assoluzione non si può parlare di malagiustizia», mette in chiaro il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia. Secondo cui del tema «si può discutere», anche se «non è certo questa la soluzione a tutti i problemi». Più convinto Antonino Galletti, presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma. Secondo cui una riforma in questo senso potrebbe aiutare a smaltire gli arretrati delle aule giudiziarie: «O si assumono subito 1.500 magistrati – osserva Galletti – oppure bisogna pensare a misure emergenziali di questo tipo. Almeno temporaneamente». 

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