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Letta blinda le liste del Pd: big esclusi. L’ira degli ex renziani tagliati fuori

Il segretario del Pd: ho chiesto sacrifici, ma non ho deciso da solo come fece Renzi

Letta blinda le liste del Pd: big esclusi. L ira degli ex renziani tagliati fuori
di Francesco Bechis
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 17 Agosto 2022, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 19:08

Uno strappo con il passato targato Matteo Renzi. E un’ipoteca sul futuro. Ci sono entrambi nel manuale che Enrico Letta ha seguito per stilare le liste dei candidati Pd. Uno sforzo fatto di equilibri cercati e ottenuti in trattative last-minute, spesso agitate. Quelle che hanno rimandato più volte la direzione clou sulle candidature, inizialmente prevista per domenica mattina e poi slittata a lunedì in tarda serata. Quando il segretario arriva a Largo del Nazareno sono le 23 passate. Di fronte a una platea ammutolita parte da una premessa di realtà.

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«Volevo ricandidare tutti gli uscenti ma era impossibile», esordisce. «Quattro anni fa il metodo di chi faceva le liste era: faccio tutto da solo. Potevo imporre i miei ma ho cercato di comporre un equilibrio». Dunque l’annuncio: correrà come capolista nel proporzionale in Lombardia e Veneto. Marco Meloni, coordinatore nazionale, gli viene dietro leggendo i nomi dei candidati. Poche new entry. Tanti nomi illustri in bilico o in uscita, dal renziano Luca Lotti all’ex ministro Enzo Amendola. «Ho chiesto personalmente sacrifici ad alcuni - dice il segretario dem - mi è pesato tantissimo». La matematica non è un’opinione, dopotutto. E di fronte agli ultimi sondaggi che danno la corazzata di centrodestra avanti di 18 punti rispetto al centrosinistra, i posti sicuri sono ridotti all’osso. Un’ottantina, secondo le previsioni dem. Che Letta distribuisce seguendo calcoli millimetrici. Blinda i suoi fedelissimi, il segretario. Domenica mattina aveva chiesto 25 collegi sicuri. Una trattativa che trova parziale conferma nelle liste chiuse lunedì notte. Se una corrente lettiana non ha mai davvero preso vita, un’ «area Letta» è ora ben visibile nel drappello di candidati. 

 


LE LISTE

Oltre a Meloni, intravedono già un seggio i colonnelli nella segreteria: Mauro Berruto ed Enrico Borghi in Piemonte, Lia Quartapelle in Lombardia, Antonio Nicita in Sicilia, Francesco Boccia e Antonio Misiani in Puglia. E poi quattro under-35, portati in palmo di mano come prova del rinnovamento promesso dal leader: Marco Sarracino, Paolo Furia, Caterina Cerroni, Paolo Romano. In Lombardia la «punta di diamante» Carlo Cottarelli, candidato insieme a Più Europa. A Bologna correrà Pierferdinando Casini, candidatura che Letta ha voluto fortemente: «Casini può dare un contributo importante per allargare il sostegno intorno a noi e rendere più efficace il nostro compito a tutela della Costituzione». Dietro alla griglia delle liste c’è un disegno politico del segretario che guarda «al 26 settembre più che al 25», ripetono in coro dal Pd. Da una parte la resa dei conti con l’universo renziano. Con l’esclusione di Lotti e la candidatura incerta di Andrea Marcucci, la corrente Base Riformista è di fatto decapitata.

Non è un caso se, lontano dal Nazareno, l’ex leader Matteo Renzi, oggi impegnato a tessere il Terzo polo, risponde piccato alle manovre lettiane dettate «più dal rancore che dalla volontà di vincere». Nessun repulisti, fa sapere Letta nella serata di ieri, «semmai è il segretario che ha dovuto rinunciare a candidare nomi su cui voleva puntare», rincarano fonti del partito. E però è difficile non notare il pungolo contro i renziani. Dalla candidatura blindata in Campania dell’ex segretaria della Cgil Susanna Camusso, invisa all’ex premier, alle interlocuzioni con Simona Bonafè e il sindaco di Firenze Dario Nardella con l’obiettivo, raccontano, di arginare Italia Viva nella roccaforte Toscana. Dall’altra parte c’è un patto con le componenti. O meglio, con alcuni tra i capi-corrente, su tutti i leader della sinistra dem Andrea Orlando e di Area Dem Dario Franceschini. Ai loro maggiorenti Letta ha garantito posti sicuri spesso ricorrendo a deroghe sui mandati, è il caso di Piero Fassino e dell’orlandiano Andrea Martella. In mezzo, un gioco di equilibri per posizionare gli alleati della coalizione, dal leader di Impegno Civico Luigi Di Maio in Campania a Nicola Fratoianni in Toscana ed Emma Bonino a Roma. È un’architettura complessa che guarda oltre il test del voto. E non a caso il segretario ribadisce la necessità per il Pd di arrivare in cima alla classifica, «saremo il primo partito» promette cercando la sfida diretta con Giorgia Meloni. Una garanzia in vista di un Congresso anticipato che può prendere forma già in autunno. Dove la messa in sicurezza dei gruppi parlamentari ottenuta lunedì notte può difendere il leader da eventuali sfide interne.

 

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