Piano pd, governo con M5S se saltasse la maggioranza

Venerdì 13 Luglio 2018 di Nino Bertoloni Meli
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 Lo chiamano già «il ribaltone due». Il primo risale al 1994, governo Berlusconi, caduto dopo otto mesi grazie al «tradimento» di Umberto Bossi che pugnalò alle spalle il Cavaliere, disarcionandolo da palazzo Chigi. Il secondo è da costruire, non è ancora avvenuto, ma più d’uno nei Palazzi della politica lo dà in fieri, se non in svolgimento, e riguarda l’attuale governo. La scommessa è che ben presto, a cavallo delle elezioni europee, Lega e M5S entrino in un conflitto non più sanabile e decidano di dividere le loro strade. Gli argomenti non mancano: flat tax leghista contro reddito di cittadinanza grillino; immigrazione con chiusura dei porti o meno; decreto dignità con visioni differenti, se non contrapposte, tra Lega e M5S, sul ruolo delle imprese.

IL PRONOSTICO
«A quel punto Salvini strapperà, aprirà la crisi cercando di incassare i consensi trasferendoli dai sondaggi alle urne», pronostica già più d’uno dentro il Pd, «e noi a quel punto dovremo essere pronti alla bisogna». Quale scenario? L’ipotesi rottura del quadro attuale potrebbe registrare i primi segnali al momento della manovra economica d’autunno, ma nel Palazzo si pensa di più a un precipitare prima delle Europee, proprio mentre il Pd dovrebbe essere impegnato nel suo congresso. Qualcun altro ipotizza il punto di caduta a dopo le Europee, nel qual caso le elezioni Ue diventerebbero il termometro per valutare orientamenti e scelte di politica interna. Come che sia, nel Pd il confronto è già cominciato, e secondo i canoni propri di questa formazione, si è già trasformato in scontro, in semi rissa.

Si fronteggiano due partiti politicamente armati: i fautori del dialogo, dell’apertura e, in prospettiva, dell’alleanza con il M5S, e i sostenitori della linea opposta, del non prevalebunt, del no pasaran. Da una parte Zingaretti, Franceschini, Veltroni, Orlando, Cuperlo per non parlare di Emiliano; dall’altra Renzi, renziani, Orfini, Calenda e frontisti vari. Il fronte del sì ai cinquestelle sostiene la tesi che «bisogna staccare Salvini dal M5S», che «il capo leghista è la destra pericolosa, mentre i cinquestelle non sono né carne né pesce, ma tanti elettori di sinistra li hanno votati», e via discettando alla ricerca dell’anima popolare grillina con la quale dialogare. «Dovranno passare sul mio cadavere, dal M5S ci divide tutto», ha avvertito Matteo Renzi, che già pensa di impostare il congresso come una conta sul grillismo, «chi vuole dialogare con loro, e magari farci un governo assieme se non un partito, deve uscire allo scoperto», ha promesso l’ex leader, annunciando fin d’ora: «Sarà un congresso duro». E più d’uno giura di aver sentito Orfini teorizzare che «se Salvini è Saddam, o Erdogan, il M5S è l’Isis, i grillini sono peggio e più pericolosi della Lega, sono destra populista».
Allora, nel ‘94, fu Massimo D’Alema l’artefice della operazione di palazzo che portò al disarcionamento del Cavaliere, libri e memoriali raccontano dei pranzi con Buttiglione a Gallipoli e delle cene romane a base di sardine con Bossi. Oggi, in quel ruolo di tessitore, viene indicato da tanti Dario Franceschini. Da fuori il Pd, D’Alema lavora a un avvicinamento con M5S: «Trovo difficile considerare di destra chi si batte contro la povertà». Franceschini ha scelto Milano, alla presenza del sindaco Sala, per lanciare l’offensiva alla linea di chiusura al M5S voluta da Renzi. «Li abbiamo spinti nelle braccia di Salvini, ma il Pd ha il dovere di tenere aperto il dialogo con il M5S». E ancora: «Salvini è estrema destra reazionaria, mentre tanti elettori di sinistra hanno votato M5S». Dopo di che, l’atto d’accusa a Renzi: «Sapevamo chi era Salvini, dovevamo fare di tutto per non consegnargli il Paese, non dovevamo dire che c’erano due vincitori che dovevano governare insieme, così abbiamo lavorato per spingere i cinquestelle in braccio a Salvini». Secondo Roberto Morassut, veltroniano da sempre, «bisogna avere una politica seria verso il M5S, un confronto vero, ha ragione chi dice che Grillo non aveva tutti i torti», un dialogo che possa portare, in prospettiva, «a un nuovo soggetto politico riformista».
Il primo banco di prova sono state le aperture sul decreto dignità, anche se il segretario Maurizio Martina, viste anche le profonde divisioni, ha alla fine annunciato il voto contrario del Pd senza se e senza ma. Annusamenti, tentativi, stop and go. Ma una cosa appare fin d’ora sicura: se ci sarà la crisi, strappo o meno di Salvini, tutto potrà succedere, tranne che si torni alle urne. Le alternative ci sono, non ultima il sogno dem a base di fuori Salvini e dentro il Pd. E Franceschini, del resto, ha un ottimo asse con il Colle. Se poi Zingaretti dovesse diventare il nuovo leader del Pd, vorrebbe dire che la strada di un’intesa con i grillini ha vinto dentro i dem. Con un risvolto anche romano: c’è chi vede Gentiloni proiettato verso il Campidoglio, anche con un patto “locale” con Zingaretti; in caso contrario, in un clima di aperta rottura con il M5S, si scalda l’ex ministro Calenda
 
Ultimo aggiornamento: 14 Luglio, 10:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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