E Travolta travolse tutti alla Croisette: «La mia Hollywood peggio della mafia»

Mercoled├Č 16 Maggio 2018 di Ilaria Ravarino
CANNES Quarant’anni fa, a Cannes, John Travolta era già una celebrità. La febbre del sabato sera l’aveva portato al successo l’anno prima, e l’attore - allora 25enne - era in Costa Azzurra per promuovere un altro film, che di lì a poco lo avrebbe trasformato da celebrità a star internazionale: Grease. Sedici anni dopo, ancora a Cannes, Travolta ci era tornato con un regista indipendente e geniale, Quentin Tarantino, che vincendo la Palma d’oro con Pulp Fiction ne aveva assecondato la mutazione definitiva: da star a icona mondiale. 

Oggi al festival per presentare fuori concorso Gotti di Kevin Connolly, in cui interpreta, accanto alla moglie Kelly Preston, il boss della famiglia Gambino, Travolta è atteso come una rockstar. Una masterclass sui suoi film, un premio alla carriera e la proiezione speciale di Grease in spiaggia, per festeggiare il quarantennale del film.

Grease, Pulp Fiction: si aspettava il successo di quei film?
«In realtà no. È sempre stato così: quando ho provato a fare di proposito film di successo, non mi è andata quasi mai bene».

Grazie a quei film oggi lei è più che un’icona: è un meme. È virale anche sul web.
«Ci sono tante cose che girano su di me su internet, lo so. La popolarità sul web è strana: i fan condividono foto di me che faccio la mossa de La Febbre del Sabato sera, o di Vincent Vega in Pulp Fiction. Sono fan, ne hanno il diritto. L’unica cosa che mi inquieta è che di solito la gente, per diventare un’icona, deve essere morta. Io sono diventato un fenomeno pop da vivo». 

Gotti ha avuto una lunga storia produttiva. Sette anni.
«Si, ci abbiamo messo tantissimo. Sono io che ho incoraggiato il regista a mandare il film a Cannes. E non mi importa di non essere in concorso, è già abbastanza essere arrivati qui dopo un percorso così tortuoso».

Avrebbe meritato più premi nella sua carriera?
«Non voglio passare per quello che si atteggia a umile, ma non mi preoccupo dei premi. Non faccio le cose sperando che mi portino all’Oscar. So che se lavori bene, e tanto, prima o poi la tua qualità sarà riconosciuta».
La sua carriera ha avuto alti e bassi. Come li ha vissuti?

«Con consapevolezza. Mi sono scelto una professione che si basa sull’incertezza. Non puoi mai dire di essere arrivato, il mondo dello spettacolo è imprevedibile per natura. Basta non perdere mai la voglia di andare avanti».

Lei l’ha mai persa?
«Non ho mai pensato di smettere. Recitare è la mia vita».

Ma Hollywood è così corrotta come sembra?
«Guardi, le dico solo una cosa. Ci abbiamo messo tanto a fare questo film. Alla fine sa cosa mi ha detto John Gotti Junior? Che l’ambiente di Hollywood è peggio di quello che frequentava suo padre. Peggio della mafia».

Molestie. Ne ha mai subite? 
«Dipende da cosa si intende per molestia. Dipende dal punto in cui si vuole tracciare la linea di confine. Toccare una mano? Fare un complimento? A me, come credo a tutti, piace ricevere un complimento, essere ammirato. Spero che nel cinema torni la pace. Ora tutti hanno paura di tutti. Ma così non si può stare».

La sua famiglia ha origini italiane. I suoi le parlavano dell’Italia?
«I miei avevano origini napoletane e siciliane. Ricordo mio padre che mi ripeteva che la mafia non esiste. Era un uomo molto dolce: era una cosa rischiosissima da dire a un bambino. Eppure io gli ho sempre creduto». 

Anche Gotti, come lei, ha perso un figlio. Si è identificato?
«Ognuno vive il lutto a suo modo. Gotti era molto diverso da me, moralmente e fisicamente. Non ho usato il mio dolore per raccontare il suo. Ho cercato di interpretarlo. Come faccio con tutti i sentimenti».
  Ultimo aggiornamento: 07:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA