GOVERNO

M5S-Pd, grandi manovre per evitare le urne: contatti tra grillini e renziani

Sabato 10 Agosto 2019 di Alberto Gentili
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Sergio Mattarella si chiama fuori. Non ha alcuna intenzione il capo dello Stato di essere sfiorato dai veleni e dai sospetti che accompagnano il violento divorzio tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. E, partito ieri per la Maddalena, il Presidente si farà trovare in campo per le consultazioni soltanto dopo che in Senato - probabilmente martedì 20 agosto - sarà stato deciso il destino di Giuseppe Conte, sempre che il premier non scelga invece di evitare la sfiducia, salendo al Quirinale per dimettersi una volta ascoltato il dibattito a palazzo Madama. 

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Sul Colle fanno sapere che Mattarella non ha ancora aperto il file su ciò che accadrà dopo la fine del governo giallo-verde. Non ha insomma deciso se lasciare Conte, non sfiduciato, a gestire l’ordinaria amministrazione. Oppure se virare su un esecutivo di garanzia elettorale: un governo che non avrebbe la fiducia del Parlamento e sarebbe guidato da un tecnico, difficilmente dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, visto che in questo caso il nuovo gabinetto assumerebbe la caratura di un esecutivo istituzionale di ampio respiro. Ciò che assolutamente non vuole Matteo Salvini: il leader leghista ha chiamato a raccolta lunedì a Roma i suoi parlamentari, al grido: «Elezioni subito!».

Mattarella maturerà la sua scelta, così come stabilisce la Costituzione, dopo consultazioni molto brevi. Non più di uno-due giorni (probabilmente il 21 e 22 agosto). Dopo di che, ascoltati i gruppi parlamentari, tirerà le somme. Con una sola cosa certa: lo scioglimento del Parlamento, per poter svolgere le elezioni il 20 o il 27 ottobre, scatterà non più tardi del 25 o 26 agosto. Sempre che questo sia l’epilogo.

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LA GRANDE INCERTEZZA
Ogni mossa, ogni atto, sono avvolti nell’incertezza perché sottotraccia si sta organizzando in Parlamento il partito del non voto. Lo dimostra il capogruppo renziano in Senato, Andrea Marcucci, che chiede di votare prima la sfiducia a Salvini e solo dopo quella a Conte: votazione su cui Pd e 5Stelle potrebbero convergere. Lo conferma il tentativo di Luigi Di Maio, sostenuto da Davide Casaleggio, di varare la riforma con il taglio dei parlamentari alla vigilia dello show-down. In più il presidente della Camera, Roberto Fico, avrebbe avuto contatti con il dem Dario Franceschini e i renziani (molti sono condannati a non tornare in Parlamento e perciò sono pronti a dimenticare il rancore anti-grillino) per lavorare, appunto, a un esecutivo di «responsabilità». Una sorta di monocolore 5Stelle con l’appoggio esterno dei parlamentari vicini a Renzi e di “responsabili” di ogni colore.

A denunciare queste manovre sono il capo della Lega e il leader del Pd, Nicola Zingaretti. Gli unici, insieme a Giorgia Meloni, a volere davvero le elezioni. «Renzi ci sta provando sul serio e ha già trovato lo slogan per provare a salvare la faccia e a benedire questo governo di scopo», dice un alto dirigente del Pd molto vicino a Zingaretti, «ed è un richiamo alla responsabilità per non consegnare il Paese ai fascisti e per evitare l’aumento dell’Iva». E confida ai suoi Salvini: «Sappiamo per certo che ci sono contatti tra renziani e grillini per dare vita a un esecutivo per fare la legge di bilancio, sterilizzare l’aumento dell’Iva e tagliare i parlamentari. E’ solo un modo per evitare di andare al voto, ma se il giochetto gli riesce siamo morti. Addio elezioni». Segue appello ufficiale a Conte: «Spero che non pensi di fare il premier di un altro governo Pd-M5S».

Conte, al momento, non appare orientato a diventare protagonista dell’inedito inciucio. Da quel che filtra da palazzo Chigi, il premier sta esplorando l’ipotesi di salire al Quirinale per dimettersi una volta ascoltato il dibattito in Senato. Senza subire la sfiducia. E secondo fonti grilline potrebbe poi comunicare a Mattarella di non avere intenzione di restare alla guida del governo per l’ordinaria amministrazione. Questo per impedire a Salvini di andare alle elezioni dalla cabina di comando del Viminale: «Un candidato premier non può controllare la macchina elettorale». Una scelta che, per di più, aprirebbe la strada a un governo di garanzia per traghetterebbe il Paese al voto. C’è chi fa il nome di Fico per questa soluzione.

LE MANOVRE IN SENATO
Operazione in ogni caso difficile, difficilissima, vista la contrarietà di Zingaretti e la determinazione di Salvini a mobilitare la piazza. Eppure, lo scontro sul timing del voto di sfiducia dimostra che sottotraccia il tentativo c’è. Ed è concreto. Il renziano Marcucci, così come la capogruppo del Misto Loredana De Petris e il presidente dei senatori 5Stelle Stefano Patuanelli, con ogni probabilità riusciranno a spostare la votazione al 20 agosto, a dispetto della Lega che chiede la convocazione per martedì o mercoledì prossimi. E Silvio Berlusconi, come dimostrano le parole della capogruppo Anna Maria Bernini, vista la ritrosità di Salvini a far rinascere il centrodestra, è orientato a schierarsi per il rinvio: «Il contesto economico consiglierebbe di votare velocemente, ma valuteremo insieme al presidente Berlusconi». Ma il Cavaliere sta trattando con il leader leghista e la posizione di Forza Italia è perciò fluida.

Ultimo aggiornamento: 15:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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