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Mariupol, profughi interrogati e perquisiti: controlli anche alla biancheria intima: «Non abbiamo visto pane per 6 settimane»

I racconti delle persone fuggite dalla città sotto assedio: «Siamo andati a raccogliere cibo da terra»

Mariupol, profughi interrogati e perquisiti: controlli anche alla biancheria intima: «Non abbiamo visto pane per 6 settimane»
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 4 Maggio 2022, 12:32 - Ultimo aggiornamento: 12:45

Si scrivono e si riportano racconti terribili: gli sfollati che sono riusciti finalmente ad abbandonare Mariupol hanno riferito di pratiche umilianti, di sfregi e ritorsioni da parte dell'esercito russo.

Molti sono stati schedati, interrogati, isolati, deportati. C'è chi è stato trasferito direttamente in Russia 

I rifugiati di Mariupol sono stati sottoposti a un umiliante interrogatorio dai russi prima di essere finalmente liberati: sono rimasti dentro l'acciaieria, nascosti, per due lunghissimi mesi. I sopravvissuti esausti hanno raccontato al Daily Mail di essere stati chiamati "feccia ucraina", di essere stati sottoposti a controlli della loro biancheria intima e di essere stati costretti a dare le impronte digitali a un posto di blocco russo prima di essere autorizzati a salire sugli autobus della Croce Rossa.

Mentre un gruppo di rifugiati è riuscito a scappare (156 le persone arrivate ieri a Zaporizhzhia nel primo vero corridoio umanitario allestito con successo), centinaia di civili sono ancora intrappolati nell'acciaieria. ​Pascal Hundt, del Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha espresso la sua preoccupazione, dicendo: «Avremmo sperato che molte più persone avrebbero potuto unirsi al convoglio e uscire da quell'inferno».

Perché l'evacuazione andasse a buon fine, l'accordo coi russi ha previsto rigidi controlli a Bezimenne, 30 miglia a est di Mariupol, nella autoproclamata repubblica filo-russa di Donetsk. 

Una sopravvissuta, Elina Vasylivna, 54 anni, ha detto al Daily Mail: «Hanno preso le nostre impronte digitali, hanno fatto delle foto. Mi girava la testa. La milizia ci ha interrogati e ci ha chiesto cosa pensavamo della guerra, del nostro governo. Ci hanno chiamato "feccia ucraina". I nostri telefoni sono stati portati via e hanno controllato la nostra biancheria intima. I nostri effetti personali sono stati ispezionati: uno stato totalitario». Ha detto che la vita lì è stata «un inferno», aggiungendo: «Non lo augurerei mai al mio peggior nemico in vita mia. È solo un orrore, un incubo». Vasylivna ha detto che si è nascosta in un bunker con la sua famiglia, compresa sua madre di 82 anni. Affamati, hanno deciso di fare una corsa disperata per cercare cibo in un deposito bombardato vicino alle acciaierie.

Ha detto: «Siamo andati a raccogliere cibo da terra. Mio figlio ha riportato dei biscotti che erano mescolati con cemento e vetro. Ma li abbiamo spazzolati e li abbiamo mangiati perché non vedevamo pane da sei settimane». 

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Una donna di 47 anni che è scesa da uno degli autobus ma ha rifiutato di dare il suo nome ha detto al Daily Mail: «Non c'è acqua, né elettricità, né gas. Bombardamenti continui, aerei. Tutto pioveva dal cielo. Siamo stati in cantina per un mese e tutto tremava. La terra tremava costantemente. Ho ancora un figlio lì dentro ad Azovstal. Mio fratello è morto. Ora per me è iniziata la tortura. Stiamo solo aspettando, preoccupati per i civili, per i bambini lasciati indietro. Tutto l'orrore che stanno vivendo è molto spaventoso». 

Anna Zaitseva, che è arrivata a Zaporizhzhia con suo figlio Svyatoslav di sei mesi, ha detto: «C'è stato un momento in cui abbiamo perso la speranza, abbiamo pensato che tutti si fossero dimenticati di noi. Siamo così grati a tutti quelli che ci hanno aiutato». 

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