SPERLONGA

Donna uccisa a Sperlonga dalla collega, processo da rifare

Sabato 30 Novembre 2019 di Marco Cusumano

Sono state depositate le motivazioni dell'annullamento della sentenza per l'omicidio di Anna Lucia Coviello, la donna uccisa a Sperlonga dalla collega Arianna Magistri il 15 giugno 2016.

La Corte di Cassazione, nel luglio scorso, aveva annullato la sentenza del 28 giugno 2018 con la quale la Corte di Appello di Roma aveva derubricato l'accusa da omicidio volontario a preterintenzionale, escludendo anche gli atti persecutori.

Per questo la condanna era stata ridotta da 16 a 6 anni di reclusione. Ora però il processo dovrà ricominciare dall'inizio davanti alla Corte di Assise d'Appello di Roma.

Secondo la ricostruzione dei fatti, la vittima 63enne fu aggredita mentre scendeva le scale del parcheggio multipiano di Sperlonga dalla sua collega Arianna Magistri, nei pressi dell'ufficio postale dove entrambe lavoravano. Coviello precipitò giù e fu trovata a terra, con gravi ferite alla testa. Fu trasferito in condizioni disperate all'ospedale Santa Maria Goretti di Latina dove morì dopo una settimana. Arianna Magistri, 46 anni, si difese raccontando che la collega era caduta, ma le indagini portarono all'accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e stalking.
Alla base dei litigi tra le due colleghe una serie di tensioni quotidiane legate a un rapporto difficile in ufficio, caratterizzato da continui scontri. Ad incastrare la donna furono le immagini di telecamere di sorveglianza della zona.

La ricostruzione, così come emersa nell'ultimo grado di giudizio, non ha tuttavia convinto i giudici della Cassazione: «La valutazione di reciprocità delle condotte di Coviello e Magistri è espressa sulla base di una considerazione insufficiente, parziale e travisata delle fonti di prova. Si impone, pertanto, una nuova più adeguata analisi e una decisione adeguatamente motivata».

Nel processo di secondo grado la Corte di Assise di Appello di Roma aveva ridimensionato le accuse riducendo la pena a sei anni. Un verdetto contro il quale presentarono ricorso sia i familiari della vittima, assistiti dall'avvocato Dino Lucchetti che il Procuratore generale, oltre che i legali della donna.

«Non si comprende - scrivono i giudici - sulla base di quali dati fattuali la sentenza faccia riferimento ad una caduta da pochi gradini; è sostanzialmente immotivata, comunque, la considerazione secondo cui vi sarebbero ampi margini di dubbio circa la reale possibilità di prevedere che la spinta, con caduta da pochi gradini, potesse provocare la morte della vittima: in effetti, è difficile negare una consapevolezza generalizzata del rischio che una caduta dalle scale possa avere effetti disastrosi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA