Stop all'aborto farmacologico a domicilio, la consigliera di Parità:
«Così le donne torneranno a quello chirurgico»

Martedì 16 Giugno 2020 di Aurora Provantini

TERNI «Dai tempi della legge 194 del 1978 si è sostenuto che l’autoderminazione della donna in tema di maternità fosse un valore e che la donna doveva trovare nei servizi territoriali (i consultori, ndr) tutto il sostegno necessario per affrontare una maternità responsabile, dove per responsabile si intende sia proseguire la gestazione sia prendere la difficile e dolorosa decisione di interrompere la gravidanza». Luciana Cordoni, del coordinamento donne Spi Cgil Terni, ricorda l’evoluzione delle norme a tutela dei diritti delle donne, per ribadire la necessità di andare avanti e non indietro in questo processo. La delibera della giunta Tesei del 12 giugno 2020 che abroga la posssibilità di interruzione volontaria di gravidanza in day hospital, introdotta faticosamente nel 2018 in Umbria, se da una parte fa esultare il senatore Simone Pillon, dall’altra scatena l’ira delle associazioni delle donne che replicano: “si può pensare di raggiungere il paradiso in vario modo, secono i leghisti umbri uno di questi modi è rendere difficile la vita delle donne, limitando la loro libertà”. Si scagliano contro la decisione della Tesei anche le consigliere di parità della provincia di Terni Maria Teresa Di Lernia e Ivana Bouchè, e della Regione Monica Paparelli, che in una nota congiunta segnalano: «In questo modo si rischia di imporre alle donne il ricorso all’aborto chirurgico, poiché continuerà ad essere effettuato in regime di day hospital, pur necessitando di anestesia». «Le donne subiscono già numerose discriminazioni sui luoghi di lavoro per la disparità salariale – ribadiscono - Il nostro auspicio è che la giunta regionale, guidata da una donna, ascolti di più le loro ragioni nel prendere decisioni che le riguardano, avendo come obiettivo comune la parità di diritti e di opportunità». Una vera e propria rivolta che fa schierare anche i consiglieri regionali Pd, M5stelle e gruppo misto, per i quali si vuole solo «complicare in maniera strumentale l’accesso all’interruzione volontaria della gravidanza farmacologica». «Privare oggi la donna della possibilità di assumere il farmaco in maniera riservata è grave, vessatorio e fa arretrare l’Umbria di decenni» - afferma Rifondazione Comunista. Il ricorso alla Ru486 è praticato in larga parte d’Europa: scelto in Francia dal 66% delle donne, in Svezia dal 95%. In Italia la percentuale scende drasticamente al 18%, in Umbria precipita al 5%. «Le ragioni di queste differenze sono dovute alla corsa ad ostacoli che devono compiere le donne umbre, alla mancanza di campagne di informazione e di servizi, all'ostilità degli obiettori di coscienza». Valentina Porfidi, segretaria Cgil Terni, sostiene che sarebbe importante garantire l’assistenza domiciliare attraverso il potenziamento dei servizi territoriali. “Nel tempo il ruolo dei consultori si è marginalizzato – ribadisce Porfidi - occorre una politica di rilancio che li individui come punto di riferimento a sostegno delle donne e della famiglia, non ci si può trincerare dietro la scusa della tutela della salute per tornare a controllare il corpo delle donne

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