Boniek: «O il calcio torna adesso o rischia di farlo tra due anni. Le 5 sostituzioni? Ridicole»

Zbignew Boniek
di Romolo Buffoni
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Mercoledì 29 Aprile 2020, 06:00

Zbigniew Boniek, ex stella di Juventus e Roma oggi presidente della Federcalcio polacca, spiega come farà il campionato del suo Paese a ricominciare la stagione.
«In Polonia abbiamo preparato un protocollo consegnato al governo la scorsa settimana e ci hanno dato l'ok per ricominciare il 31 maggio».

Come avete fatto? Qui in Italia ci sono molti problemi...
«Il calcio è diverso dalle altre attività alle quali si può dire dall'oggi al domani: ok riaprite. Il calcio ha bisogno di 4-6 settimane per riaccendere i motori e far tornare operativi i calciatori».

Gli ostacoli sono quelli di prevedere la sicurezza, voi come vi siete organizzati?
«I calciatori ogni giorno compilano un questionario sul loro stato di salute e lo consegnano al proprio medico sportivo che fa un report alla federazione».

E se qualcuno si sente male?
«Si sottopone a test per scoprire se ha il coronavirus. Se ce l'ha, si fanno tamponi a tutti i componenti della squadra. Se risulta positivo solo il singolo, va solo lui in quarantena e gli altri continuano ad allenarsi e a giocare. Tutti i test sono pagati privatamente, non togliamo risorse ai cittadini».

Com'è strutturato il ritorno al campionato? Quante partite mancano alla conclusione?
«Dobbiamo disputare 11 giornate (una in meno della serie A, ndr). Dal 4 maggio ci si tornerà ad allenare nei centri sportivi in gruppi ristretti, massimo di 5. Poi dal 17-18 maggio torneranno gli allenamenti con la squadra al completo. Quindi il 31 in campo, fino alla chiusura del 19 luglio. E speriamo...»

In cosa spera?
«Che non ci saranno complicazioni. Questo coronavirus purtroppo non poteva prevederlo nessuno e nessuno può ancora dire di conoscerlo. Però dobbiamo imparare a conviverci. Pure in Polonia, anche se ci sono stati "solo" 600 morti, è tutto chiuso e anche nel mio Paese la gente deve poter tornare a lavorare a fare una vita il più normale possibile. Non vorrei che, dopo, si comincino a contare altri tipi di morti: i suicidi. Finché non si troverà una cura sicura bisogna convivere col virus».

Perché secondo lei l'Olanda e la Francia hanno già chiuso i battenti?
«Chiudere tutto è facile, si può fare in un attimo. Anch'io potevo riunire il board e dire: signori, archiviamo il campionato. Ma, come dissi subito, il 12 marzo, questo coronavirus darà lavoro a tanti avvocati. Si rischiano una valanga di ricorsi da parte di chi si sentirà danneggiato. E infatti qualche club olandese già sta passando alle vie di fatto (Utrecht, De Graafschap e Cumbur, ndr). Ma bisogna tentare di tornare in campo anche per un altro motivo».

Quale?
«Perché se non facciamo adesso chi ci dice che poi in autunno sarà possibile? Gli scienziati sostengono che ci sarà un nuovo picco. Allora: prima impariamo a convivere con il virus anche giocando e prima potremo dire di avercela fatta. Altrimenti ci diamo appuntamento tra due anni, quando speriamo avranno trovato un vaccino».

Intanto, però, si registra un certo distacco fra la gente e il calcio. Un sondaggio in Italia che ha detto che il 64% degli intervistati è contrario al ritorno del campionato.
«Davvero? Sono stupito. Però bisogna capire se chi ha riposto abita in una zona poco colpita o abita in Lombardia. E poi forse influisce una comprensibile ripicca verso i calciatori, ricchi, famosi e destinatari di analisi mediche che ora mancano al resto della popolazione».

La Fifa pur di veder ripartire il movimento sta distribuendo soldi a pioggia e avallando decisioni storiche, come i 5 cambi per ogni squadra. E' d'accordo?
«Assolutamente no. Trovo ridicolo l'aumento del numero delle sostituzioni, anche se ho letto sarà solo temporaneo. Il coronavirus non può cambiare il calcio dove, alla fine, deve contare anche chi è meglio preparato fisicamente, chi ce la fa di più».

Non pensa sia una tutela per la salute dei giocatori chiamati a giocare ogni tre giorni e con il caldo?
«Per me atleti sono anche un po' gladiatori no? Hanno fisici e resistenze diverse da un avvocato, un dottore o un impiegato. Giocare anche in condizioni estreme: questo è il loro mestiere. Ma mi faccia aggiungere una cosa».

Prego.
«In Italia in questo periodo ho perso più di un amico. Dolore aumentato dal fatto che non ho potuto nemmeno potuti salutarli degnamente con un funerale. Però bisogna pensare positivo e credere che presto vinceremo questa partita difficilissima contro la malattia».

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