Piero Brega: con "Mannaggia a me" un album come quelli che si facevano una volta, con passione e rispetto per la musica

Venerdì 27 Novembre 2020 di Fabrizio Zampa
Dopo dieci anni un nuovo disco del cantautore e chitarrista romano, fondatore del Canzoniene del Lazio

Se cercate un album di quelli che facevano una volta protagonisti della nostra canzone d’autore come Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla, Franco Battiato e altri che mettevano nella loro musica passione, attenzione, provocazione, realtà, luce, voglia di dire la verità e altri ingredienti che nel tempo cominciano a farsi sempre più rari, beh, l’avete trovato. E’ Mannaggia a me, il nuovo disco di Piero Brega. Romano, architetto, musicista, cantautore, chitarrista, ricercatore, fondatore del Circolo Gianni Bosio e della storica band di rock, jazz e folk Canzoniere del Lazio con la quale è rimasto fino al 1976 (a quei tempi seguimmo il gruppo in un lungo e splendido tour in Africa, dove diedero decine di concerti in Somalia, Tanzania, Mozambico e altri paesi insieme a uno stuolo di musicisti locali), compagno di Oretta Orengo (straordinaria musicista classica, solista di oboe e corno inglese nonché vocalist), Brega è uno di quelli che hanno una grande dote: amano la musica e invece di usarla e basta la affrontano con amore, e soprattutto con il profondo rispetto che la musica merita.

 

«Io faccio un disco ogni dieci anni, e lo faccio senza nessuna fretta – dice Piero, i cui precedenti lavori sono Come li viandanti del 2004 e Fuori dal paradiso del 2009. – Avevo nel cassetto delle canzoni, alcune scritte parecchio  tempo fa, e un bel giorno ho deciso di inciderle. Con Oretta andavamo sempre a proporre in duo un certo repertorio popolaresco e avevamo l’abitudine di mettere nelle scalette anche qualcuno dei nostri brani. Era soprattutto un gioco, una vocazione, e quella è rimasta. Nessuno pensava di tirarci fuori dei soldi, lo facciamo perchè lo dobbiamo fare. Un regista a chi gli chiedeva perché aveva fatto un film rispondeva: perché se non lo facevo morivo».

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Racconta Brega che un tempo si è messo a studiare Bob Dylan. «Un giorno andammo a suonare a una festa di americani, facemmo amicizia con un chitarrista, Ludovico Piccinini, che era un grandissimo conoscitore di Dylan, e insieme inventammo un piccolo spettacolo nel quale parlavamo di Dylan ma visto da casa nostra. Piano piano abbiamo aggiunto un batterista, Piero Fortezza, e un bassista, Emanuele Marzi, e così è nata una band con la quale ci siamo sentiti pronti per fare quelle canzoni. Ci siamo sentiti con Pasquale Minieri, chitarrista del Canzoniere che ha un suo studio di registrazione, abbiamo aggiunto un ottimo fisarmonicista, Luciano Francisci, e ci siamo messi al lavoro. Volevamo fare una musica che coprisse molti generi e ritmi, che mi ricordasse quello che facevo a architettura: uno stile che tiene dentro un po’ tutto, dal jazz al folk, dal rock allo swing. Ne è venuto fuori un gruppo barocco e postmoderno che fosse come un cuore pulsante e seguisse l’ineluttabile fluire del tempo che dice sempre di andare e andare…».

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Quindi ecco l’album: undici brani che toccano tanti temi e che come sfondo hanno la vecchia ma mai dimenticata protesta contro tutto quello che non va e che oggi comprende metà dello scibile umano. Sono Il sorriso di un pensatore (“Ma che gli passa per la testa? Cosa darei per sapere che mondo si nasconde dietro ai suoi occhi”), Triangolo quadrati (la storia di un cantante folle in balìa di un perfido manager), il pezzo che dè il titolo al disco Mannaggia a me (alla stazione Termini, alle otto del mattino, risuonano le grida di tre persone che urlano passandosi una bottiglia di vodka: uno è in sedia a rotelle, senza una gamba, vogliono salire ma la scala mobile sta lì a confermare tutta l’ostilità del mondo), Strada scura (due storie di periferia s’intrecciano: una libreria e una pizzeria vengono incendiate a Centocelle, a Prima Porta alcolismo in primo piano), e ancora Gelosia, Sono un vecchio marinaio senza mare (la vita di un poeta arguto e ironico), In mezzo al mare (un uomo nuota di notte per incontrare la sua verità sepolta), Tempo arido (brano nato cinquant’anni fa nella disperazione dell’adolescenza e poi dimenticato in un cassetto, ricco di swing), San Basilio (storia di una peccatrice che chiede il perdono a S. Basilio, vescovo di Cesarea in Palestina), Dal lago della giovinezza (la luna parla a un pastore che soffre per amore) e a chiudere l’album c'è Centomila pensieri fuggono (se tanti pensieri ci sfuggono non è demenza, è che le idee si nascondono: non vogliono essere sprecate per le necessità del momento).

«Una mia vecchia amica, Giovanna Marini - racconta Brega - quando ha sentito i pazzi mi ha detto una cosa molto semplice: questo non è un disco tuo, questo è un disco di un gruppo, di tanti musicisti che suonano insieme e che sanno suonare. Aveva ragione, perché noi abbiamo messo insieme una band che potesse fare dal vivo le stesse cose che fa nel disco». E Piero chiarisce che «invece di chiamare il violinista famoso che ti fa le sue note ma poi non lo puoi ingaggiare perché ha centomila serate e impegni, qui siamo soltanto noi, non giovanissimi ma neanche vecchissimi: tutte gente alla quale piace suonare e che lo fa con enorme piacere».

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Che musica ascolta Brega? «Prima il reggae non mi piaceva ma adesso mi piace, però solo quello originale. Sento Dylan perché lo considero quasi un padre spirituale e mi piacciono sia i suoi pezzi che il suo modo di cantare. Mi piace molto sentire la musica classica, quella che suona Oretta, e la chitarra barocca perché il suo periodo ricorda le nostre strutture armoniche. Mi piace Bach. E poi mi piacciono tutti quelli vecchi, dai Beatles ai Rolling Stones e via di questo passo». E il rap? «Mi piace quello americano, con le voci black che hanno dentro blues, rhythm & blues, un pezzo di Africa. Il bello del rap non è il ritmo, è l’interruzione e il cambio del ritmo. Quello italiano è ripetitivo, dice sempre le stesse cose, mi ricorda le vechie rime del Corrierino dei Piccoli…».

Forse il risultato principale dell’album è proprio la grande voglia di farlo che accomuna il protagonista e il suo sestetto. Non è una cosa che capita tutti i giorni, così come non è comune la cura che Brega e i suoi hanno messo nel loro lavoro. Fabrizio De Andrè era famoso per le lunghissime prove che faceva, per la sua pignoleria e per la sua ricerca di suoni perfetti e testi che risultassero comprensibili al mille per mille, e di quella lezione hanno fatto tesoro Piero, Oretta e compagni. Non fidatevi dei riassuntini che abbiamo appena fatto: l’album di Brega va ascoltato e riascoltato, per capire la profondità e il fascino di quelle undici canzoni, ognuna delle quali ha un senso, ha un significato e offre molti suggerimenti. Per esempio come rischiarare un tempo arido e riannodare in musica tutta una vita.

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