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Paolo Pietrangeli, il cantautore di "Contessa": «Ecco il mio nuovo e ultimo album»

Paolo Pietrangeli
di Fabrizio Zampa
5 Minuti di Lettura
Giovedì 22 Ottobre 2020, 17:48

«Che roba contessa, all'industria di Aldo han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti, volevano avere i salari aumentati, gridavano, pensi, di esser sfruttati. E quando è arrivata la polizia quei pazzi straccioni han gridato più forte, di sangue han sporcato il cortile e le porte: chissa quanto tempo ci vorrà per pulire…»: cominciava così “Contessa”, la canzone che Paolo Pietrangeli scrisse e incise nel 1966, che ebbe un enorme successo e che due anni dopo diventò l’inno del '68 italiano, il brano simbolo delle lotte operaie e dei movimenti studenteschi.

Al cantautore romano, protagonista della nostra musica di protesta insieme a tanti altri (come quelli del "Nuovo Canzoniere Italiano", da Giovanna Marini a Gualtiero Bertelli, Ivan Della Mea, Giovanna Daffini, Caterina Bueno, Fausto Amodei, Michele Straniero...), bastarono tre giorni per tradurre in un pezzo ormai storico i frammenti di una conversazione fra alcuni benestanti borghesi ascoltata per caso in un caffè dalle parti di Corso Trieste: ne fece una canzone finita subito in un album che prese il titolo, “Mio caro padrone”, da un altro brano che più esplicitamente si chiamava “Mio caro padrone domani ti sparo”. Roba d’altri tempi, direte voi, ma le canzoni di Paolo, oltre ad aver poi affrontati tanti altri diversi temi, esplorano un pezzo degli anni più caldi della nostra storia, vedi il brano "Valle Giulia" e dintorni. A parte il suo mestiere di cantautore a Pietrangeli le esperienze non mancano davvero: è stato regista televisivo (spesso per Maurizio Costanzo) e cinematografico (cominciò come aiuto di Luchino Visconti, Federico Fellini e Mauro Bolognini), sceneggiatore di parecchi film (da “Porci con le ali” a “Adua e le compagne”, da lui diretto) e scrittore (“Una spremuta di vite” del 2015 e “La pistola di Garibaldi” del 2019).

Oggi Pietrangeli, 75 anni e quindici album alle spalle, ha pronto un nuovo disco, che annuncia come l’ultimo della sua carriera. S’intitola “Amore, Amore, Amore...un c.”, è in vinile e, spiega lui, «nasce come reazione all'insopportabile uso della parola e, peggio ancora, della sua abbreviazione “amo”, nasce come repulsione a ogni vezzeggiativo, sdolcineria verbale, lallazione di adulti rincretiniti ma capaci delle peggiori nefandezze… ma forse è colpa dell'età, la mia, che mi fa essere intollerante». Sono tredici brani con titoli come “Amore un cazzo!, “Le sirene”, “Lo stracchino”, “Mamma vorei sapè”, “Al  ballo in città”, “Sabato 1 gennaio”, e fra una traccia e l’altra  Pietrangeli infila ricordi e aneddoti su se stesso e i suoi 75 anni, sulla sua gioventù, sul rapporto conflittuale con suo padre, il celebre regista Antonio Pietrangeli, e via di questo passo. E’ una sorta di piccolo riassunto della sua vita e probabilmente di quella di molti di noi, almeno coloro che oggi sono adulti. E per raccontare l’album Paolo la prende molto alla larga.

«Detesto la plastica e amo il vinile, odio i cd e non so di che quale materiale siano fatti i files, per cui di loro diffido – dice. - Mi ricordo i settantotto giri di mio padre sui quali ho cominciato ad apprezzare la musica. A forza di sentire “L'Italiana in Algeri”, da un 78 giri con sopra l'effige del cane di fronte al fonografo e intorno la scritta “disco grammofono”, i solchi per me erano diventati trincee per difendere Arturo Toscanini dai fascisti. E  l'esecuzione di “Katia”, da un altro 78 giri, mi ha accompagnato lungo tutti i settantacinque anni della mia vita, svaniti con la leggerezza e la rapidità di un soffio: "Katia danzava nei tabarin eleganti tra mille rose e fior, Katia danzava tra mille spasimanti e inebriava i cuor, Oh Katia, d'un tratto il principe le chiese, Oh Katia, è Pietrogrado il tuo paese? No rispose Katia, ma però un certo fascino ce l'ho, caro. Son puro sangue bolognese”, diceva il testo».

Dopo aver chiarito che «come ho aperto tantissimi, troppi anni fa, così adesso chiudo con un vinile» e aver concluso con un «buon ascolto se avete ancora il giradischi», Pietrangeli sostiene che «dei  dischi, che a ragione potevano chiamarsi tali (non la loro parodia, i cd), apprezzavo le dimensioni, il lieve fruscio, il suono umano e non astratto, ascetico, asettico, insopportabile nella assenza di difetti di cui gli esseri umani sono pien. E amavo le copertine: dei quadri, e non delle stitiche miniature che hanno costretto i grafici a costringere in maniera irreparabile la loro creatività». Come si fa dargli torto, magari quandi si riascoltano quei long-playing di certa stupenda black music o di certo elegantissimo jazz di mezzo secolo fa, o i 33 giri di De Andrè, Fossati, Conte o De Gregori. Non per niente il grande ritorno del vinile è un recentissimo fenomeno che si sta verificando in mezzo mondo, un fenomeno che non potrà mai essere capito da chi ascolta i pezzi in mp3 sullo smartphone, che sarà smart ma con la vera musica ha poco a che fare...

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