Colasanti ai 2Mondi: «L'oggi è complicato, ma la musica può dargli voce»

Venerdì 7 Giugno 2019 di Simona Antonucci
La compositrice romana Silvia Colasanti
«Vorrei sollecitare i sovrintendenti italiani a non avere paura del presente. Oggi siamo tutti più complicati, è vero, ma vale la pena raccontarci». Silvia Colasanti è la star del Festival di Spoleto. È su di lei, sulla sua musica, che il direttore dei 2Mondi, Giorgio Ferrara, dopo tre “prime” mozartiane, ha deciso di investire, affidandole per il secondo anno consecutivo, l’inaugurazione.

Romana, diplomata al Conservatorio di Santa Cecilia, specializzata in Accademia, e poi alla Chigiana, mamma di due bambini di 5 e 7 anni, compone «mentre sono a scuola o la sera quando vanno a dormire».

Dopo il successo dello scorso anno con
Il Minotauro, firma per questa edizione lo spartito di Proserpine, l’opera (seconda parte di una trilogia) che andrà in scena il 28 giugno, al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti (replica il 30) con adattamento e regia di Ferrara, scene di Sandro Chia. Voci di donne per raccontare il mito, rivisto e corretto da Mary Shelley.

Si rappresenta poco l’opera contemporanea: Spoleto è un’eccezione. Ma non sarà anche colpa dei compositori?
«Spesso ci si dimentica del destinatario. La frattura con il pubblico c’è stata e c’è. La musica vive di ricerca, ma deve arrivare attraverso l’emozione. Diventa arte solo quando questi due elementi sono in equilibrio. Il teatro musicale è fatto di note, parole, ma anche di pubblico. Se non lo tieni presente, sei perdente. A noi autori le responsabilità che ci spettano. Ma i teatri lirici potrebbero osare di più. A Spoleto, Ferrara ha fatto una scelta coraggiosa. Ma non un salto nel vuoto.
Il Minotauro è stato un successo. Vuol dire che un’attenzione ai temi di oggi c’è. Verdi, Puccini, per carità. Ma il contemporaneo ha da dire».

Thom Yorke, leader dei Radiohead, ha scritto il suo primo brano di musica classica e lo ha portato in tour con le sorelle Labèque: che cosa ne pensa delle contaminazioni?
«Un tema che va molto di moda. Io non mi sento di prendere la superficie di altre culture e utilizzarle per strizzare l’occhio».

Lei ama anche altra musica?
«Devo dire una frase terribile, ma è la verità: ho troppo poco tempo per ascoltare tutto. Quando mio marito mi ha conosciuta ero già una musicista. Ed era sorpreso che non possedessi uno stereo. Ma andavo tutto le sere a concerti. Per me esiste il rito».

Progetti?
«Mi hanno commissionato un brano per i 600 anni della Cupola del Brunelleschi. Nel 2020 verrà eseguito nel Duomo».

Compone al piano?
«Mai. Scrivo sulla carta. Così immagino i timbri che preferisco. In casa. E in treno. Quando c’è un tarlo che mi porto dietro, guardando fuori dal finestrino, mi si sblocca».

I figli sono un’ispirazione?
«La creatività che ti regala la maternità, non passa per il suono, ma per l’anima».

Come ha trasformato Proserpine in note?
«Centrale è l’accettazione dell’ombra che c’è nella vita di ognuno di noi. L’autrice si dedica al testo, subito dopo
Frankenstein. Orfana di una mamma ingombrante, la prima femminista inglese Mary Wolstonecraft morta di parto, ebbe anche lei un rapporto tormentato con la maternità: perse tre figli. Nel mio lavoro si parte da un personaggio mitologico per arrivare a noi, al chiaroscuro che accompagna tutti. La maturità si guadagna attraverso questa consapevolezza. Si passa dalle coloriture dell’adolescenza a una vocalità ieratica per la vita negli inferi. Controfagotto, clarinetto basso e due corni fanno da contrappeso alle voci femminili. Due set di percussioni, l’arpa per creare situazioni emotive diverse e contrastanti».

Lei lavora molto a Parigi. Che cosa deve all’Italia?
«Molto. Una formazione solida, la conoscenza del passato che dobbiamo tenerci stretta». 
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