No vax finisce in terapia intensiva: «Dopo tre mesi devo ancora dormire con l'ossigeno: non rischiate di morire»

Il commerciante aveva rinviato più volte la vaccinazione nonostante avesse perso un anno fa la sorella per colpa del Covid

Antonino De Luca
di Graziella Melina
5 Minuti di Lettura
Domenica 5 Dicembre 2021, 07:40 - Ultimo aggiornamento: 6 Dicembre, 12:18

“Devo dormire con l’ossigeno, non è finita quando esci dall’ospedale, i polmoni devono ancora guarire”. Antonino De Luca, 58 anni compiuti da poco, è un commerciante, vive a Catania e fino a qualche mese fa era in gran forma e senza problemi di salute. Sempre preso dal lavoro, il pensiero di vaccinarsi passava in secondo piano. “Lo faccio domani, no forse mi vaccino più avanti, vediamo, tanto uso tutte le accortezze”, si ripeteva. A settembre si è infettato, è finito in terapia intensiva, per 12 giorni in coma farmacologico e ha rischiato di non svegliarsi più.

Roma, D'Amato: «Zona bianca fino a Natale, ma serve la mascherina»

Proteggersi dal Covid non la considerava una priorità?

“No. Magari succedeva qualcosa per il lavoro, per gli impegni. I miei figli erano già tutti vaccinati, solo io e mia moglie non eravamo protetti. Tra l’altro, il giorno di Natale dell’anno scorso avevo perso mia sorella per il covid. Allora non c’era ancora il vaccino”.

Si è reso conto come ha fatto a contagiarsi?

“Non lo so. Abbiamo adottato tutte le precauzioni del caso. In negozio abbiamo un bancone, avevo creato una barriera di protezione, una vera e propria struttura fissa, tipo quelle che ci sono negli uffici postali. Ma in realtà basta poco per infettarsi”.

Quando ha cominciato a stare male ha pensato subito al covid?

“No. Il primo di settembre ho avvertito i primi sintomi. Però, non gli ho dato importanza, perché giusto la notte prima, siccome sono appassionato di fotografia, avevo fatto delle foto all’aperto e quindi credevo di aver preso il classico colpo d’aria. Poi, dopo tre giorni ho fatto il tampone, sia quello rapido che il molecolare, e sono risultato positivo. Intanto, mi è salita la febbre e sono rimasto a casa 4 giorni”.

Come si è curato?

“Su suggerimento del mio medico, ho preso antibiotico, eparina e cortisone. Poi, mi sono messo in contatto con il reparto di Malattie infettive dell’ospedale Cannizzaro di Catania per fare la terapia con i monoclonali. A casa, intanto, stavamo in stanze separate, io ero la mina vagante. Ma il giorno che sono andato a fare la prima somministrazione, tornato a casa la febbre mi è salita a 41,7. Hanno chiamato il 118 e poi ho ricordi un po’ vaghi…”.

In ospedale ci è rimasto a lungo?

“Sì, mi hanno ricoverato e dopo due giorni dal reparto covid di semi-intensiva sono stato trasferito in terapia intensiva. Sono stato intubato 12 giorni. Ho vissuto un’odissea. Avevo una polmonite bilaterale che si è aggravata sempre di più. Le notizie erano pessime”.

Ha rischiato di non farcela?

“Sono stato sedato e in coma farmacologico. Ho saputo solo dopo che ogni giorno e per 12 giorni al telefono i miei venivano informati che forse non superavo la notte… Praticamente, dopo 10 mesi, hanno rivissuto quello che noi tutti in famiglia abbiamo subìto per la scomparsa di mia sorella, morta di covid a 64 anni”.

Alla fine però i medici sono riusciti a salvarle la vita.

“Al reparto mi chiamavano il ‘miracolato’. Ai miei familiari dicevano che le macchine erano al massimo e non potevano fare più niente. Poi, per fortuna, una notte la situazione è migliorata e l’indomani hanno deciso di estubarmi. La dottoressa che si prendeva cura di tutti noi era al settimo cielo. Non ero stato il primo in quella situazione così grave e molti non ce l’avevano fatta. Anche io ogni tanto vedevo spingere un lettino, ma era vuoto. E non ho mai avuto il coraggio di chiedere…”.

Ora è finalmente a casa. Come sta?

“Le mie difese immunitarie sono azzerate, da un istante all’altro rischio di prendere un colpo d’aria. Man man sto riacquistando le forze. Dopo 49 giorni senza camminare non ce la faccio neanche a stare in piedi. Ho perso 16 chili. Ora prendo 8 compresse al giorno. Devo fare ancora una tac polmonare, controlli al cuore e una terapia riabilitativa per la respirazione. Ne avrò per mesi. E poi, il contraccolpo psicologico non è da sottovalutare… Col tempo, quando ritorni indietro con la mente a tutta la sofferenza mia e dei miei cari, è tutto molto difficile da accettare”.

Quando sente parlare di dittatura sanitaria che pensa?

“Queste persone che protestano perché non vogliono vaccinarsi le porterei nei reparti di terapia intensiva dove ci sono i pazienti intubati. Io ho visto anche la sofferenza e il sacrificio dei dottori e degli infermieri, bardati per ore senza poter fare nemmeno una pausa. Mi arrabbio molto ora quando sento certi discorsi assurdi sul vaccino”.

Tornasse indietro?

“Avrei dato priorità assoluta alla profilassi. Ora, agli amici che mi chiamano, dico sempre di vaccinarsi subito, perché con il covid si rischia di perdere la vita. Essendo molto attento a tutte le regole, io mi sentivo sicuro. Ricordo che c’era stato l’open day a Catania per fare il vaccino senza prenotarsi, ma ho perso quell’occasione, non so perché, forse per un contrattempo. Credo che a volte siamo un po’ trascurati e diamo troppa importanza al lavoro. Sono stato tanto fortunato ad avere un’altra possibilità. E ora voglio che gli altri non facciano come me. Prima viene la salute. Senza, non c’è più niente”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA