Tifosi violenti, linea dura fino a bloccare i campionati

di Paolo Graldi
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Martedì 26 Maggio 2015, 00:57 - Ultimo aggiornamento: 08:11

Mettiamo da parte gli infingimenti buonisti che cercano le radici del male sempre dalla parte opposta rispetto alla propria, lasciamo stare i predicatori del «è inevitabile ma sopportabile, dai», facciamo tacere i sacerdoti del mantra calcistico «è la passione, al cuore non si comanda, bellezza», scansiamo e mettiamo da parte tutte le promesse mancate, gli impegni disattesi, le vane invocazioni verso un rigore sempre deluso.

Diciamocelo con franchezza, fuori dai denti: basta, non se ne può più di impastare calcio e violenza ultrà, di mischiare il tifo sano e perfino allegro con lo squadrismo programmato, le fazioni che si preparano a fronteggiarsi, quasi sempre a viso coperto, spesso in agguati vigliacchi e solitari. Anche ieri, prima del derby-spareggio tra Lazio e Roma si sono rivisti in azione i coltelli. Sono state trovate spranghe, candelotti, congegni per offendere, tutto l’armamentario che accompagna, quasi fosse di rigore, gli eventi sportivi.

Non accade solo a Roma, capita troppo spesso a Roma, non riguarda solo le squadre della Capitale e però le due squadre lasciano quasi sempre il segno sull’albo d’oro delle scorribande. E c’è scappato pure il morto e la sua infinita scia di polemiche velenose e avvelenate. Anche ieri due uomini, 31 e 38 anni, sono finiti all’ospedale: accoltellati sul Lungotevere di fronte all’Olimpico: Codice rosso, nessuno, per fortuna, in fin di vita. Appunto, per fortuna. Chi si abbatte su un “nemico” (e magari il calcio c’entra solo di striscio) con una lama e mena fendenti non saprà, se non dopo, come è andata a finire.

Chi brandisce una lama, chi si porta quell’aggeggio da casa e se lo tiene in tasca pronto a usarlo, cercando dove e come usarlo, si deve supporre che lo fa per ferire, per ferire a morte. C’è chi discetta tra il “dentro” e il “fuori” partita. Se davanti e sul prato verde piombano dalle curve vocianti come meteoriti imprevedibili candelotti incendiari tutto diventa veniale, salvo che i capi bastone non decidano, sulla base di un codice tutto loro, se gli incidenti avvengono “fuori” dal grande catino d’acciaio, beh allora le responsabilità si dissolvono, diventano impalpabili, imprendibili.

Un evento sportivo, gioioso, galvanizzante, perfino anti-stress, diviene un incubo, una palude di paura inconsulta, una vertigine di sensazioni inconciliabili con qualsiasi idea di abbia del confronto sportivo. Una città, la Capitale, costretta a vivere il primo giorno della settimana (polemiche a non finire anche su questa scelta pretesa dalla Lazio) paga un sovrapprezzo al proprio disagio permanente: strade chiuse, traffico intasato, un clima da sommossa immanente.

Millesettecento agenti nei punti nevralgici di una vasta zona con epicentro a Ponte Milvio rappresentano il deterrente dispiegato dai responsabili dell’ordine pubblico. Sì, perché la coazione a ripetere le medesime mascalzonate suggerisce di andarci ben attrezzati a quello che dovrebbe essere, ormai solo sulla carta, un pomeriggio di beatitudine sportiva. Un momento bello anche se la posta in gioco è altissima (la classifica in campionato e i risvolti sulla Champions). No, manco a dirlo, anche ieri lacrimogeni, idranti in azione, fermi e feriti gravi. Già nel primo pomeriggio s’annusava aria di tempesta: gruppi di tifosi con tute tutte uguali per confondersi (lezione black bloc), caschi per travisarsi e, tutte identiche, le calzemaglie che lasciano scoperti solo gli occhi.

Non serve ripetere che altrove, in Inghilterra per esempio, la “tolleranza zero” ha debellato il fenomeno e che là, su quei campi, ci si va come a teatro, a ridosso del prato. Aggiungere inchiostro alle ricette nostrane fa sorridere, è inutile: i buoni propositi, le assunzioni di responsabilità e gli impegni delle società sportive, per molti versi autenticamente lodevoli, lasciano la questione del tutto aperta. La terapia è fiacca se la malattia non guarisce. Si deve mettere al centro del disordine organizzato intorno al pallone una inedita e praticata severità.

Occorre mettere in campo la concreta ipotesi che se non ricorrono i presupposti per giocare una partita di calcio e non sempre prove generali di guerriglia urbana, una autorità sia destinataria del potere di spegnere i riflettori sull’evento, di rimandare tutti a casa, la stragrande maggioranza dei tifosi corretti e educati insieme con le bande di assatanati di violenza. Così, forse, per una volta i molti buoni vanno a prendere a calci i pochi cattivi, isolandoli definitivamente. Pochi ma sempre capaci di rovinare la festa alla quale non sono degni di partecipare. E’ come vedere la vittoria della propria squadra solo nel sogno? Chissà, magari si può fare.